Non è il tempo l’unità di misura del lavoro

 Siamo nel 2018 e secondo alcune ricerche e pareri, entro il 2020 o 2030, circa il 50% della forza lavoro di economie sviluppate come gli Stati Uniti lavorerà interamente da casa.

Da un lato continuo a leggere di questo crescente e logico trend. Poi parlo con colleghi, ex compagni di università, direttori HR di altre aziende e scopro due cose: che la maggioranza dei loro lavori, prevalentemente di concetto, sostanzialmente possono essere svolti ovunque con una connessione internet. E che tuttavia gli viene richiesta la presenza sul luogo di lavoro.

Insomma, si continua a fare una gran confusione fra produttività e risultati, ed un semplice baratto del proprio tempo per denaro. In Paesi come l’Italia, il sistema intricato di sindacati, giudici di parte, leggi del lavoro obsolete, di fatto impedisce l’evoluzione verso un sistema dove si possa remunerare il risultato e la voglia di crescere da un lato, e tagliare le tutele ai fannulloni, parassiti e disonesti.

Ma al di là delle leggi, persiste ancora un problema di mentalità globale. Infatti negli ultimi anni, lavorando fra Hong Kong e Singapore ho riscontrato lo stesso problema, nonostante in questi paesi le leggi sul lavoro siano estremamente permissive, consentendo all’azienda di licenziare un dipendente in due settimane di preavviso senza motivi particolari. In un contesto del genere non dovrebbe esserci il minimo problema nel monitorare il risultato dell’individuo, piuttosto che esigere un assurdo baratto tempo-denaro.

E invece questo problema di mentalità evidentemente richiede decenni per essere rimosso dal bagaglio culturale derivante probabilmente dal passaggio da economie di manifattura (dove il tempo equivale più o meno al denaro) a economie spostate sui servizi.

Per citare un esempio, mi telefona un head hunter per propormi un ruolo nel talent management, area di cui mi occupo ma in modo marginale. E mi chiede: “che percentuale del tuo tempo dedichi al talent management?”. E io: circa il 30%. A questo punto lui ritiene di non proseguire perchè il Director cerca una figura molto specializzata che si occupi di ciò al 100%. E io dico: “non vedo il problema. Lo so fare. So come gestire il ciclo annuale, l’ho fatto una volta, l’ho fatto due, posso farlo cento. Posso dedicarmici al 100%”. Ma niente. L’head hunter, uno che dovrebbe occuparsi di trovare le persone giuste per i ruoli giusti (forse in un mondo ideale…), voleva uno che già lo facesse al 100%.

Insomma gli interessava non solo quanto tempo dedicassi al talent management, a prescindere se poi metà di quel tempo lo usassi per giocare a solitario, ma addirittura la percentuale del totale. Che ovviamente più uno è produttivo, più viene diluita nelle altre attività che fa!

Per capire l’assurdità di questo modo di ragionare – usare il tempo come unità di misura per il lavoro – prendiamo l’esempio sopra e immaginiamolo applicato allo sport.

“Salve mi chiamo Michael Jordan”. “Salve. Cerchiamo una guarda da punti, lei lo fa?”. “Si, la faccio, ma ogni tanto. Soprattutto gioco ala piccola”. “Ah no mi dispiace, ne prendiamo uno scarso piuttosto, perchè il coach vuole proprio uno che già faccia l’ala piccola”. “Scusi, ma l’ho fatta, la so fare, basta che mi mettete lì e mi date la palla, poi io lo faccio eh”. “No mi dispiace, serve uno che l’abbia fatto a tempo pieno”. Per chi non seguisse il basket, nella stagione in cui Jordan fece la guardia da punti, viaggiò a una media di quasi 34 punti, 11 assist e 11 rimbalzi per partita…

Ovviamente poi il risultato non viene nemmeno contemplato. Insomma, rimanendo nella metafora cestistica sarebbe come chiedere: “Scusi lei tira da tre punti?”. “Si’”. “E sul totale dei tiri che fa in una partita, quanti sono quelli da tre?”. “Mah sono circa l’80%. Peccato che non ne segno neanche uno”. “Va benissimo così, la assumiamo, ci serve proprio uno che tiri da tre”. E magari già che ci siamo scartiamo anche un altro candidato che da tre tira solo una volta su cinque, ma non ne sbaglia mai uno?

Ecco, nel mondo dello sport le statistiche sono chiare, mentre nella vita e nel lavoro, a tutte le latitudini c’è tanta gente che parla molto bene e che passa il tempo – in percentuali varie – a tirare da tre senza neanche toccare il ferro. O a fare finta di tirare e accampare scuse. E poi ci sono alcuni, di solito pochi, che da tre la mettono dentro. E allora questo dovremmo fare ora che la tecnologia ce lo consente: passare meno tempo a ciondolare per il campo, creare leggi che aiutino a liberarsi di chi marca solo presenza, lasciare che la gente si alleni nel campo che preferisce, quando e come vuole, nel lavoro, nella vita, come nello sport. E a prescindere dall’ambito, dai tempi e dalla location, guardare solo a una cosa: se quel benedetto tiro da tre lo infili nel canestro.

Commenti

Commenti

Lascia un commento