Non ci sono più le mezze stagioni. Lavorativamente, neanche quelle intere – Davide Cardile

 L’estate siamo abituati a vederla come un periodo di lavoretti e spensieratezza. Ma la seconda è scomparsa, e i primi non sono più appetibili come un tempo.

Una ragazza in una spiaggia affollata. Affollatissima. Slaccia il pezzo superiore del costume – ed è subito topless. Qualche momento di imbarazzo nei presenti, imbarazzo di tipo diverso. Arrivano degli agenti e arrestano la giovane donna.

Una signora che assisteva alla scena: “Hanno fatto bene! Sulla spiaggia ci sono anche dei bambini”.

Un ragazzo, anche lui che assisteva alla scena: “Si, però ci sono anche i grandi!”.

Quel ragazzo “brillante” era Luca, impersonato da uno strepitoso Jerry Calà. Che poi strepitoso magari lo è parso a noi, chi ha vissuto quegli spensierati anni Ottanta e i decenni dopo che filavano sempre con quella canzoncina lì: “Per quest’anno, non cambiare…”.

L’estate, oggi

Oggi non ci si ritrova più. Non ci sono più le mezze stagioni, e neanche quelle classiche si sentono tanto bene. Sono diverse.

Prendiamo l’estate. C’erano due cose che non cambiavano mai: vacanze e lavori estivi, spesso il primo contatto con il mondo del lavoro. Si lavorava in tanti per arrotondare e poter partecipare al gioco quando la normalità non lo permetteva. Il gioco erano le vacanze, e così alla fine ci giocavano tutti.

Oggi è diverso. Le vacanze per moltissimi sono un vero incubo. Chi non può andarci deve sorbirsi quelle degli altri, quelle che ogni mattina ti trovi spiattellate sui social. E il lavoro, il lavoro non è più quello di prima. Nemmeno l’estate; dal bagnino al lavoro più bello del mondo (non fare niente).

In ogni cineangurione c’erano sempre tutte le figure dell’estate: i camerieri, i barman, l’immancabile bagnino. Ci sono ancora, o ci dovrebbero essere. Un’occhiata ai titoli dei giornali di questo periodo è sufficiente per farsi un’idea della situazione: cercasi, cercasi disperatamente questo genere di figure.

A Rimini, e in generale nella riviera romagnola, sembrano disperati. Nel resto d’Italia non va meglio. Allora è vero che siamo in presenza di choosy?

Il lavoro più bello del mondo

Di contro l’offerta pare attratta da un unico genere di domanda, una domanda diversa e molto in linea con i tempi. Una domanda social e sognante: il dolce far niente.

Il lavoro più bello del mondo, iniziativa nata l’anno scorso e replicata quest’anno, si è presa titoli, titoloni e centinaia di migliaia di candidature. Dalla Cina ne sono arrivate addirittura 70.000. Lo slogan è: “Ti hanno mai pagato per andare in vacanza?”.

La job description è qualcosa come: essere disponibile ad essere scarrozzato da mattina a sera, bere, giocare, divertirsi o fare finta di divertirsi, e naturalmente postare tutto sui social. Una geniale operazione di marketing che racconta bene il momento: le aziende guadagnano, i giovani sognano. In estate come nelle altre stagioni, solo che in estate potrebbe anche venire più facile.

D’altra parte proprio il regno dei social, senza il quale non avremmo saputo di questa iniziativa e mai ci sarebbe stata, è la causa di questo genere di aspettativa. Siamo passati in poco tempo da ragazzi pronti a sgobbare d’estate a giovani impegnati tutto l’anno a fare una barca di soldi, preferibilmente a basso costo (e basso sacrificio).

Siamo nell’era degli influencers. Sì, mettiamocela quella “s”! L’era in cui l’automatizzazione avanza, i robot ci stanno fregando il lavoro e noi, tutti, ne vogliamo uno gratificante. Il che, sia chiaro, non è affatto un male. Ma è poco realistico.

Come dice Alec Ross: “Ci sono robot che operano meglio dei chirurghi e altri che fanno decollare e atterrare gli aerei, ma non ce ne è uno che pulisce i gabinetti”. Pensiero triste, ma che potrebbe essere vero. Anche d’estate. Gli annunci e la mancanza di personale vanno in quella direzione lì: camerieri, addetti alle pulizie, bagnini.

Estate, perché sei cambiata?

Ma chiaramente non è solo questo e non è così semplice.

Ci sono anche un paio di risposte e dinamiche che raccontano il cambiamento e la complessità.

Il quadro economico

Non è una cosa nuovissima ma in questo periodo storico si avverte di più. L’estate è come quelle feste di paese, o quei concerti, nei quali puoi allestire una bancarella scarsa e racimolare qualcosa. Chiaramente il punto è che l’incasso fa media con i restanti 364 giorni dell’anno.

Fuor di metafora: la domanda di lavoro è spesso del peggior tipo. Salari scarsi, zero possibilità di continuità, condizioni di vero e proprio sfruttamento.

Il pessimismo

Non riguarda solo i giovani. C’è la necessità di trovare una strada, qualcosa di simile alla sicurezza degli anni Ottanta, qualcosa che ci possa somigliare anche alla lontana. In un Paese, in un mondo, così difficile c’è la necessità di un lavoro e non di un palliativo. La voglia di lavorare per spendere i sacrifici in discoteca, come poteva succedere un tempo, non c’è mica più.

L’ottimismo

Di contro, specie nelle nuove generazioni, c’è anche la sana idea di poter ambire a qualcosa di più. L’estate diventa dunque il tempo nel quale fare esperienze, formanti e formative, spendibili. Secondo le statistiche sono tantissimi i giovani che studiano in questo periodo, attività extra curriculari che possano aprire strade che al momento pare non ci siano. Ma si spera.

Lavoretti, lavoretti ovunque

Infine c’è che l’estate, fare la stagione, per molti è sempre stata fare “lavoretti”. E la cifra di questo periodo è che i lavoretti sono all’ordine del giorno (leggi gig economy, leggasi Lavorettidi Riccardo Staglianò).

Ciò di cui c’è bisogno, una forte domanda, è qualcosa di significativo (evito di dire “dignitoso”). Mica arrotondare per fare baldoria.

Da: Senzafiltro

 

 

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