Mode: parlare di robot

 Va di moda ora parlare di robot e di lavoro del futuro. Da sempre va di moda dar aria ai denti. Non va mai di moda ragionare. Peccato. Per esempio nessuno ci spiega come fa la Germania, con i costi di produzione che ha, ad avere un surplus mostruoso di export. Eppure non ha petrolio, poco carbone di qualità e altri metalli men che meno. Ha robot nascosti che sfornano per lei? Non pare, e allora? Allora i robot saranno importanti per abbattere i costi di manodopera, che però nel prodotto finito non sono mai molto più del 10%. E allora? Buio fitto, o forse no. Bisogna chiedersi di cosa é fatto il costo di un prodotto, e magari si scopre che é fatto in larga parte di costi indiretti, che dipendono essenzialmente dall’organizzazione della produzione. E finalmente abbiamo scoperto perché i primi sono tali e gli altri arrivano dopo. Un esempio lampante sono le auto. Cominciamo dal mercato americano. Fu il primo e quello in cui si “scoprì” la catena di montaggio (Ford T), eppure nel secondo dopoguerra furono surclassati dai giapponesi e l’America conobbe marchi sconosciuti e Toyota é ancora, forse, la macchina più venduta. Come mai? Semplice: gli americani, con tutte le loro super università e il loro knowhow sembravano bambini deficienti quando producevano auto a Detroit, rispetto agli antagonisti nipponici. Negli anni ‘70 in una macchina americana c’erano 30 ore di lavoro uomo, in quelle giapponesi 18. Organizzazione. E scelta del prodotto. I tedeschi sono molto attenti a cosa produrre e quando un articolo diventa cow (grandi numeri, ma basso profitto) lo abbandona. Sempre l’auto ne é un esempio. I tedeschi praticamente non hanno, da trent’anni, un’auto economica, sono tutte di fascia media e medio alta. La gamma bassa la fanno acquisendo fabbriche in paesi in cui il mercato non é ancora saturo (Seat e Skoda). Per questo che Marchionne ha detto che “vede” nel futuro di FCA Volkswagen e la Panda prodotta all’est (Polonia?). Ritornando a bomba: lo sviluppo di nuovi mezzi di produzione (robot) sarà di tutti e non appannaggio di alcuni (per produrre gli smartphone in Asia non é che fanno le schede con il saldatore a stagno!), quello che distinguerà i paesi evoluti dagli altri sarà solo e sempre l’organizzazione, la pianificazione di medio-lungo termine e un corpus sociale accettabile. E guarda caso, chi ha tutto questo sono i paesi del nord Europa. Che, guarda caso, hanno meno grane degli old competitors (Inghilterra e Stati Uniti) e dei new (tutto il far east), con una piccola (?) differenza che i primi spingono verso derive populistiche e di scontro, e i secondi cercano di adeguarsi, uscendo da derive populistiche. Restano gli spettatori o circa tali (il resto dell’Europa) e vedremo cosa diranno le elezioni, soprattutto in Francia, vedremo se c’é voglia di nazionalismo becero (Le Pen) o di un rinnovato spirito europeo. Lo vediamo in Olanda, dove con una buona dose di levantinismo, si attizzano le peggiori spinte populistiche e si sfruculia nell’anti islamismo, per poi farsi i c…i propri come novello paradiso fiscale. Lo vedremo infine proprio in Germania dove la parte trinariciuta e meno colta (l’est) si diverte a giocare con pesanti rimpianti nazisti, rimbalzandoci da quelli stalinisti, ma alla fine il buon senso, sono sicuro, genererà un polo stabile. Il problema sarà non volerli fare scemi (come riuscì per quasi un secolo agli inglesi) perché purtroppo a loro il senso dell’umorismo manca. E noi? Noi Pulcinella o giù di lì, sempre a lamentarci, a votare contro e ad applaudire qualunque “urlatore” si presenti sul palco. Noi siamo come Sanremo, il festival del nulla che nessuno guarda, ma che poi incolla dieci milioni allo schermo per vedere se é cambiato qualcosa. E se lo avete guardato mi spiace per voi.

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