La riforma del lavoro

779653La tanto sofferta riforma del lavoro, la madre di tutte le battaglie, probabilmente l’obbiettivo principe del Premier, se non addirittura il vero motivo per cui, a suo tempo, Mario Monti accettò l’invito di Napolitano ad insediarsi a palazzo Chigi. La ghiotta occasione per scardinare la CGIL, la superpotenza corporativa che blocca la crescita del nostro paese. Tutto ciò smontando e ricostruendo l’articolo 18. Sintesi dal tono agro ma efficace per tradurre quella che per Monti ed il minisrto Fornero è la priorità da cui si deve necessariamente partire per rimettere in moto la seconda economia manifatturiera d’Europa.Giovedì 22 marzo però Napolitano ufficializza che la riforma del lavoro debba passare per disegno legge e non per decreto, in altre parole, la manovra verrà studiata, discussa e senz’altro, come tradizione, modificata in modo sostanziale dal parlamento, luogo in cui imperano volute divergenze d’interessi particolari. Il Presidente della Repubblica non ha certo preso questa decisione alacre in totale autonomia, non sarebbe neppure un ruolo a lui congeniale e neppure costituzionalmente corretta, ma di sicuro l’ha benedetta.

Forse convinto o speranzoso di trovarsi a presiedere ancora una Repubblica parlamentare e non un bordello di periferia. Non è ufficiale, ma trovo interessante, ciò che lascia intendere Monica Guerzoni sul Corriere della Sera in cui sarebbe intervenuta una forte pressione cattolica di natura trasversale nel governo ad imporsi come ultima istanza nel decidere il metodo tecnico di dare alla luce la riforma. D’altronde è fin dai primi gemiti della Costituzione italiana, a volte bene a volte meno, che l’anima cattolica della nostra politica ha impedito scontri cruenti da guerra civile tra opposte ideologie, attraverso una paziente mediazione.

Conoscendo l’agire di Monti e del ministro Fornero ,dietro le quinte, saranno andati su tutte le furie, a tal punto che, nel caso in cui, non passino inalterati i punti 2 e 3 dell’art. 18,come da loro riformulati, potrebbero addirittura rassegnare le dimissioni. E come dargli torto. L’adeguamento inevitabile delle norme risarcitorie e disciplinari che regolano il lavoro dipendente in Italia, in tempi di globalizzazione, rappresenta da sola, non certo l’alba di una nuova era, ma un buon inizio.

Non altrettanto positiva è stata la determinazione con cui doveva essere imposta alle parti sociali, con il risultato, che come antipasto, a furia di mediare durante la fase di consultazione, gli ammortizzatori sociali verranno modificati fra 5 anni e costeranno al contribuente altri 50/60 mld di copertura finanziaria (eccola la “paccata di soldi” a cui si riferiva il ministro, che tanto ha fatto ridere i sindacati. Io ci trovo poco da ridere).

Mentre rischierà di essere vanificato lo sforzo di strappare dalle grinfie di un magistrato impegnato ideologicamente il reintegro per motivi economici del dipendente, nonché un delineato e preciso risarcimento nel caso si verifichi una causa per motivi disciplinari. Perlomeno un’indennità fatta di 15/27 mensilità corrisponde nei tempi ad un grado, un grado e mezzo di giudizio che farà desistere ad un furbacchione di parassitare protetto dai tempi biblici della giustizia ordinaria.

Per contro rappresenta una selezione reale per quel lavoratore che invece avrà davvero un diritto violato da far valere! Con l’iter del disegno di legge l‘articolo 18 potrebbe rimanere praticamente senza modifiche nella sua diabolica difesa di privilegi che assomigliano più ad un sopruso che non ad un diritto per chi decide che il lavoro non nobilita affatto. Occorre poi tenere ben presente l’assioma che la sopravvivenza delle economie occidentali dipenderà sempre più dalle capacità d’adeguamento darwiniano di adottare stili di vita più sobri ed improntati al sacrificio della società tutta.

Queste economie hanno raggiunto un livello di benessere in linea di massima socialmente distribuito ma a debito, cioè con una ricchezza privata alta ma anche con un debito pubblico alto, esattamente il contrario di economie definite “emergenti” dove i sopracitati valori si invertono. Quindi diventa vitale per l’occidente tenere più alto possibile il livello del PIL, che passa inevitabilmente per un controllo del costo del lavoro o per un aumento della sua produttività.

La Germania questo concetto lo ha capito per tempo. Vero è che sono invertiti anche i valori di diritto sociale, fortunatamente a nostro favore e guai se questo vantaggio venisse meno, ma voglio ricordare ad un operaio FIOM od IREN che il loro collega cinese, coreano o brasiliano determina un costo di produzione inferiore.

Qualcuno dal colore politico ben delineato abbaia contro il capitalismo nostrano ma impedire ad un imprenditore italiano o francese di trasferirsi in un paese a più basso costo di lavoro è come togliere la possibilità ad altri di emanciparsi, di realizzare il sogno di una casa, di fare studiare i figli, di costruirsi una pensione.

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