La pirateria? Uccide solo gli emergenti

Spesso sentiamo cantanti famosi lanciare messaggi contro la pirateria musicale e case discografiche prendere iniziative per tentare di contrastare un fenomeno, in particolare in Italia, diffusissimo. Il 25% del mercato musicale è infatti nelle mani della pirateria al nord e al sud raggiunge il 40%, per un costo stimato di oltre 200 milioni di mancato fatturato. Occorrerebbe però ricordare come gli stessi artisti e le etichette di punta abbiano mantenuto per anni prezzi spropositati per i loro cd, quando il fenomeno era già in piena espansione in concomitanza con l’affacciarsi della condivisione online dei brani e le prime versioni degli allora Napster o Gnutella.

Solo a fronte di un crollo verticale delle vendite, le major e i loro artisti hanno ridimensionato tardivamente i prezzi, contribuendo anche alla creazione di quel mercato delle vendite a singolo brano online (tipo iTunes) che in parte ora contribuisce a contrastare il fenomeno piratesco.

Ma a chi nuoce davvero la pirateria? Sicuramente poco a quegli artisti di spicco che lanciano messaggi contro di essa. Ventimila dischi venduti in meno non fanno certo la differenza per Vasco Rossi, né per Eros Ramazzotti. Centomila dischi in meno non cambiano niente nemmeno a Mik Jagger. Certo, sono soldi persi, ma non impediranno loro di continuare a fare il loro mestiere, né al pubblico di ascoltare la loro musica.

A questo si deve aggiungere che gli artisti molto famosi possono facilmente compensare le mancate entrate di un disco attraverso grandi concerti (ormai divenuti la principale fonte d’introito), un merchandising più diffuso, i diritti d’autore ricevuti dalla SIAE per le numerose riproduzioni dei loro brani, gli accessi ai loro website, performance retribuite a cachet per enti pubblici ed altre forme di marketing che possono attuare in virtù del loro vasto bacino d’utenza (come vendere i cd dei live realizzati in tempo reale ai concerti).

Chi veramente paga il prezzo della pirateria e delle mancate vendite è l’artista emergente. Per quest’ultimo infatti, un pugno di dischi in meno può fare la differenza tra poter continuare a proporre la propria musica o smettere. Se fino ai primi anni del duemila una band emergente poteva realizzare un piccolo exploit di vendite tra i 1000 e i 10000 dischi, oggi questo scenario è a dir poco precluso. Senza questo gettito di alcune decine di migliaia di euro, diviene molto difficile per un gruppo poter intraprendere una carriera musicale tentando anche solo un tour europeo.

Solo i costi di viaggio, vitto e alloggio per un piccolo tour comportano infatti che una band da quattro componenti richieda almeno 1000-2000 euro a serata per un totale di 20 date in 30 giorni se vuole uscirne poco più che in pareggio. Per un locale però recuperare 1000 euro su una band significa sperare che essa richiami almeno 100 persone, cosa non così semplice per un emergente.

A questo va aggiunto che le minori vendite hanno indotto le etichette stesse a scaricare sull’artista sempre più costi, dall’incisione del disco, all’autopromozione e via discorrendo. In queste condizioni, molti emergenti di talento non possono fare della musica un mestiere ed altrettanto rischioso è diventato investire su un prodotto sconosciuto, dal momento che l’introito si fa più coi biglietti delle serate che con i brani.

Ecco spiegato anche il pullulare di cover band o band “tributo”, un modo più sicuro per i locali di avere ingressi e per molti musicisti di accumulare uno stipendio. Oppure l’inarrestabile diffusione dei dee-jay che non necessitano di un service (montaggio del palco) il quale da solo comporta spese oltre i 1000 euro, e non costano certo quanto una band da produrre. Purtroppo questo è anche un modo per impoverire e uniformare il panorama musicale, con il tacito consenso di un pubblico in declino. La fetta di torta che resta se la dividono i big. La pirateria infatti non riduce al silenzio i mostri sacri, ma tante “voci fuori dal coro”. Ricordo la strofa di un brano, non a caso di nicchia, che recitava: “la tua canzone preferita è stata scritta, ma non lo saprai mai”. Brani che forse non sentiremo più.

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