Il curriculum italiano vale meno

curriculumVogliamo più meritocrazia. E allora diamo meno peso al curriculum. Almeno per adesso.

Una provocazione? Un controsenso? Se ci pensiamo forse non lo è. La storia professionale, o il curriculum in generale dovrebbe essere utilizzato, che si tratti di lavoro, pubblica amministrazione o politica, per due ragioni: la prima è valutare competenze acquisite attraverso l’esperienza. La seconda è giudicare quanto determinate esperienze siano sintomatiche del talento individuale che è predittivo della capacità di performare in futuro.

La prima funzione è largamente sovrastimata. Infatti anche la capacità di apprendimento è molto relativa al talento. Mettete dieci anni un imbecille in un ambiente ricco di stimoli e non imparerà comunque niente. Metteteci una mente curiosa e ne assorbirà in tre mesi tutto. Se la valutazione di competenze tecniche o certificabili ha comunque un senso, usare l’esperienza passata per valutare soft-skills, competenze trasversali, relazionali, comunicative ha decisamente meno senso.

La seconda funzione, quella di giudicare il curriculum espressivo del talento ha senso, ma solo in una società meritocratica fin dagli esordi. Infatti le statistiche ci dicono, per esempio, che il primo lavoro determina in maniera sensibile la possibilità di ottenerne di pari o maggior prestigio in seguito. Ora, se il setaccio del talento in una società è attento fin dalla scuola, la cultura del merito pervade le aziende, gli individui non raccomandano sulla base di interesse ma di stima e l’appartenenza politica non influenza in maniera costante il tragitto professionale, allora la progressione di carriera può essere considerata più legittimamente sintomatica di capacità. Ma se la società non è meritocratica, come quella italiana, è facilissimo l’innescarsi di un circolo perverso di raccomandazioni iniziali, conoscenze o fortuna che danno il “la” a una progressione professionale fondata non sul talento certificato. Non è un caso dunque che in Italia vediamo incapaci seriali che transitano da una multinazionale all’altra forti del “curriculum”, presidenti di banche che le lasciano sfondate di debiti per approdare a nuove istituzioni, guru vari e incapaci idolatrati.

Siccome come disse Einsten, non si può risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che l’ha creato, non possiamo attenderci di uscire da questa crisi, dando credito sempre agli stessi “luminari”.

Dobbiamo ricostruire una società basata sulla valutazione del merito, della prestazione e del potenziale cognitivo di studenti e professori (assente) più o meno comparabile e standardizzata fin dalle scuole medie, inoltre dovremmo introdurre la valutazione di personalità, di conoscenza e di performance cognitiva per una serie di ruoli, almeno per assodare che certe cariche non vengano ricoperte da gente che manca degli strumenti linguistici o logici, da psicopatici, o “bolliti” totali. Se non si può farlo ex abrupto, almeno cominciamo a ricoltivare le nuove generazioni.

Nel frattempo, adottiamo un approccio Husserliano rispetto allo status quo, relativizziamo i valori attuali e prendiamo i curricula con le pinze.

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