I vecchi hanno vinto perché i giovani sono stupidi

 di Michele Monina

 

Diciamolo apertamente: i giovani hanno rotto il cazzo. O meglio, non i giovani in quanto giovani, perché in un mondo normale i giovani non avrebbero modo di rompere il cazzo se non facendo casino impennando con i loro motorini e le loro chiacchiere notturne sotto le nostre finestre. Hanno rotto il cazzo i vecchi che siedono nei posti di potere che, di colpo, così, da un giorno all’altro, hanno deciso che non era più il futuro a essere dei giovani, ma il presente, e quindi largo ai Millennials, e tutte quelle idiozie lì.

Così succede che di colpo siamo circondati. Giovani al potere, in ogni ambito, dalla politica alla cultura, passando per lo spettacolo, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. E non venitemi a dire che i miei sono discorsi da vecchio pensionato brontolone, e che questi sono esattamente gli stessi discorsi che ci facevano i nostri padri e e che a loro volta si erano sentiti fare dai loro padri, i nostri nonni. Tutte puttanate.

I nostri nonni hanno fatto la guerra, figurati se avevano tempo di pensare ai giovani, loro hanno dovuto ricostruire, e poi far partire il paese. E i nostri genitori, che di quella ripartenza sono stati in parte artefici ma soprattutto hanno potuto usufruirne, si sono ben guardati dal pensare a un presente in cui farsi da parte per lasciare spazio a chi, forte delle energie e intuizioni tipiche della gioventù, erano ovviamente carenti in esperienza e lavoro.

Diciamocelo apertamente, ma già c’è chi ce l’ha detto in maniera assai più approfondita, Jon Savage nel saggio L’invenzione dei giovani, edito in Italia da Feltrinelli, i giovani se li sono inventati solo a partire dal periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, una invenzione che, a colpo di gesti romantici, ribelli, a loro modo rivoluzionari, ha avuto poi modo di attecchire definitivamente dalla seconda metà degli anni cinquanta, quando appunto si è messa da parte la seconda guerra mondiale e la ricostruzione, in tutte le parti del mondo, quindi si trattasse di una ricostruzione fisica, fatta di fondamenta e mattoni, o si trattasse di una ricostruzione puramente ideale, e si è cominciato a pensare a come ripartire. Se il New York Times già nel 1945 rivendicava come i teenager fossero un’invenzione occidentale, intendendo con questo l’America e l’Europa, è pur vero che, torno a occuparmi di un settore che maneggio con più sicurezza, è con la nascita del rock’n’roll, inteso sia come genere musicale che come stile di vita, che i giovani sono ufficialmente diventati un fenomeno sociale. Cioè, se prima la gioventù era quel periodo in cui si passava dall’essere bambini all’essere adulti, grazie alla musica, in questo caso sia artefice di un fenomeno che sua massima rappresentante, la gioventù è divenuta un attore sociale, nonché un target preciso cui il mercato ha guardato sempre più con interesse.

Fino a qui, quindi, niente di strano. O meglio, qualcosa di strano, certo, perché di colpo la fascia d’età dedicata alla gioventù, da un certo punto di vista si è cominciato a chiamarla adolescenza, è cominciata a dilatarsi, perché lo stile di vita occidentale ha cominciato a prevedere una maggiore scolarizzazione, quindi con un ingresso nel mondo del lavoro, e quindi con l’affrancamento dalla famiglia di origine spostato più avanti nel tempo. E perché un target redditizio è diventato sempre più appetitoso per il mercato, che ha ovviamente fatto di tutto per dilatarne i confini. Ma è solo sul volgere degli anni Ottanta che questo fenomeno è tracimato, arrivando allo scenario desolante che ci si staglia oggi davanti agli occhi

Gli adulti, me compreso, guardano al mondo dei giovani, alla cosiddetta adolescenza allungata, con cupidigia, dando adito a fenomeni di mimesi che rasentano la mostruosità. Potenti iniezioni di botulino, letterale e metaforico, sembrano aver atrofizzato i muscoli facciali di una fascia della società sempre più ampia, passata dalla sindrome di Peter Pan, atroce invenzione di mercato, a una ancora più allucinante sindrome da bimbominkia

Non volendo riassumere in un articolo tutto quello che passa dal gothiano Werther a Benji e Fede, vorrei concentrare lo sguardo sull’oggi, e su questa deprecabile moda dei Millennial al potere.

È vero, abbiamo già avuto i Baby Boomers, che non a caso sono stati legittimamente oggetto di dileggio e di stigmatizzazione più o meno diretta da parte di tutti coloro che avevano il compito di raccontare l’oggi allora, il problema è che oggi sembra che tutti, e quando dico tutti intendo proprio tutti, stiano guardando ai giovani, a quella categoria che un tempo giustamente veniva circoscritta a quel “teen” e che oggi scivola verso i trentacinque, forse anche i quaranta, con una ammirazione che nulla ha a che vedere coi contenuti e col valore, e volendola dire tutti, spesso neanche con l’apparenza (vedi alla voce estetica).

So che andando a citare il famoso discorso di Frank Zappa sul declino del mercato musicale, tutti sarete incappati nel suo video su Facebook, discorso in realtà riferito al mercato musicale degli anni Settanta, figuriamoci, avvallo la tesi del vecchio brontolone che ripete discorsi già fatti in passato, ma è pur vero che mai come oggi l’aver lasciato che gli “uomini col sigaro”, in discografia come nel mondo della cultura e dello spettacolo, per non dire della politica, sta mostrando la corda, nella più totale resa di chi dai Millennials è stato superato, a volte addirittura scalzato dalla propria naturale posizione.

Ho quarantanove anni, quindi da una parte, come scrittore, ho avuto la botta di culo di aver avuto prima del mio arrivo sulla scena gli Under 25 di Pier Vittorio Tondelli, quella sì intuizione di mercato geniale, poi ovviamente lasciata andare a puttane da dirigenti d’azienda incapaci di cogliere le peculiarità di un settore, quello culturale, che non può e non deve occuparsi solo di numeri, ma anche di contenuti, dall’altra ho però dovuto fare i conti col tappo della generazione precedente alla mia, ancora presente oggi, del tutto intenzionata a lottare col coltello e coi denti per difendere il proprio confine. Nessuno si sarebbe sognato di alzare le braccia in senso di resa, e nessuno, in effetti, lo ha fatto. Così l’avere a fianco professionisti più anziani e esperti, intenzionati a rimanere, certo, ma anche a passare i ferri del mestiere, il cosiddetto know how, ha permesso quella che un tempo si chiamava gavetta, ha lasciato che una professionalità si forgiasse nel suo impeto, ma al tempo stesso protetta dalle cadute dall’esperienza altrui.

L’editoria, come la discografia, era ancora abitata dagli uomini col sigaro di zappiana memoria, nel mio caso specifico Nanni Balestrini e Ferruccio Parazzoli,per quel che riguarda il mondo del libri, Luca Valtorta per quello della musica, che a suon di no e di consigli segnava un percorso, certo lasciando i margini per una sperimentazione originale (non in quanto unica, ma in quanto personale), ma pensando a una progettualità sulla lunga distanza.

Oggi tutto è diverso.

Giovani esordienti, se vi pubblicano non è perché siete bravi, fatevene una ragione, ma perché siete da ipermercato, costate poco e durate anche poco, presto chi vi usa ha necessità di cambiarvi

Gli adulti, me compreso, guardano al mondo dei giovani, alla cosiddetta adolescenza allungata, con cupidigia, dando adito a fenomeni di mimesi che rasentano la mostruosità. Potenti iniezioni di botulino, letterale e metaforico, sembrano aver atrofizzato i muscoli facciali di una fascia della società sempre più ampia, passata dalla sindrome di Peter Pan, atroce invenzione di mercato, a una ancora più allucinante sindrome da bimbominkia.

Si sente dire, spesso, troppo spesso, mica pensavate che potevamo tenerci per sempre i De Gregori o i Lucio Battisti (intendendo con Lucio Battisti non tanto Lucio Battisti stesso, deceduto, quanto una tipologia di cantanti e cantautori che curavano particolarmente gli aspetti musicali, tanto quanto De Gregori, archetipo del cantautore poetico, curava quelli lirici)? Ovvio che oggi ci siano i Calcutta, i Gazzelle, i Postino (segnatevi questo nome, poi ne parliamo nei prossimi mesti mesi). Come è ovvio che in letteratura, da anni, diciamo da dopo Enrico Brizzi, e parliamo di venticinque anni fa, ci sia sempre più spesso un mercato di esordienti (non sto ovviamente parlando degli Youtuber, che arrivano ai libri come ai dischi per puro calcolo matematico). Sfugge, e la cosa lascia di stucco come un Barbatrucco (flebile tentativo di apparire anziano, citando qualcosa dal suono vintage, il mio), che il largo spazio lasciato nel mondo delle parole agli esordienti sia appunto qualcosa che ha più a che vedere con l’esiguità, qualora esistano, degli anticipi, più che coi contenuti. Dell’arte, su, via, non parliamone neppure. Giovani esordienti, se vi pubblicano non è perché siete bravi, fatevene una ragione, ma perché siete da ipermercato, costate poco e durate anche poco, presto chi vi usa ha necessità di cambiarvi.

Idem per la musica. Vuoi mettere pubblicare a costo zero un trapper che si è fatto la sua cagatella in casa, con l’iPad, che dover mandare un mese Zucchero a proprie spese in giro per gli States al solo scopo di trovare suoni, suggestioni, poetiche da mettere in un prossimo album dai costi ovviamente vertiginosi, impropobili, oggi? Giovane, quindi, diventa automaticamente bello. E mettere i giovani che quelle robette scovano per natura non di segugi, ma di giovani, appunto, nelle poltrone che contano diventa la logica conseguenza di questa resa, con un cambio generazionale che nulla ha a che vedere con una progettualità di largo respiro, ma con un tutto (poco) e subito che mostra il fianco già solo a pensarla.

I giovani non sono meritori in quanto giovani, facciamocene una ragione.

Sono giovani, dotati di quella che un tempo si poteva chiamare senza rischio di essere fraintesi la bellezza del somaro (ma anche qui, vi aspetto a mani nude, volete mettere davvero la bellezza di un corpo in cui l’incedere del tempo sta lasciando i suoi segni, si tratti di rughe, di nuove rotondità, volendo anche di cicatrici, con l’asetticità atletica di un corpo rigoglioso, atletico, ma del tutto privo di quella geografia che solo il tempo sembra poter lasciare nelle mappe?), ma del tutto inesperti, quindi spesso se non sempre sciatti, intuiti ma non compiuti.

I figli sono innocui. Si nascondono, mettono cuoricini su Twitter ai cantanti, leccano culi come e più che a una Anikka Albrite, tremano come foglie al vento. Ci sono perché sono giovani, e costano poco, pur di esserci ci sono comunque, lasciando che la musica demmerda che i loro coetanei, per quattro spicci, tirano fuori, non solo non affondi, ma venga ritenuta legittima

Anche nel mondo della critica musicale, come nella discografia, vale lo stesso discorso. I giovani, un tempo, quando la gioventù si stava ancora definendo in quanto categoria sociale, oltre che come target, erano ribelli, rivoluzionari. Si pensi appunto al rock, al punk. Oggi sono tutti pompieri, capaci solo di inseguire rassicuranti scie lasciate da chi è già passato su quelle strade, armati di matite spuntate, senza la possibilità quindi di lasciare segni futuri e anche presenti.

Quando ho cominciato a occuparmi di critica musicale, ogni qual volta che stroncavo qualcuno, e avendolo fatto io nel pop, non in un genere specialistico, ero davvero una mosca bianca facilmente identificabile per il lettore, mi veniva citato a mo di sfottò il pezzetto de L’avvelenata di Guccini che tira in ballo “un musico fallito, un Bertoncelli o un prete a sparar cazzate”. Ecco, io trentenne arrivavo alla ribalta dopo una decina d’anni di gavetta e dovevo fare i conti con chi, giovanissimo, già era finito dentro un verso di Guccini. E Bertoncelli era lì, ancora vivo, vigile, scrivente. Da trentenne armato di spirito ribelle mi sembrava evidente che fosse il padre a dover morire, e su questo mi sono, coi miei mezzi di scrittore, applicato. Oggi è diverso. I figli sono innocui. Si nascondono, mettono cuoricini su Twitter ai cantanti, leccano culi come e più che a una Anikka Albrite, tremano come foglie al vento. Ci sono perché sono giovani, e costano poco, pur di esserci ci sono comunque, lasciando che la musica demmerda che i loro coetanei, per quattro spicci, tirano fuori, non solo non affondi, ma venga ritenuta legittima, degna di esserci. Nessuno che dia fuoco al sistema. Nessuno che gridi. Giovani vecchi. Giovani morti. Che però scalzano chi ancora ha cose da dire, esperienze da mettere a frutto, poetiche da alimentare.

Lungi da me chiudere un pezzo tanto lungo, in cui ho citato Jon Savage tanto quanto Frank Zappa, andando a tirare in ballo Luigi Di Maio. Si è parlato di inesperienza. Di spazi lasciati indebitamente a chi non solo non ha niente da dire, ma lo dice anche male. Di come tutto questo ci sta portando nella decadenza, per di più priva di una adeguata narrazione.

Da Linkiesta

 

 

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