Esportare, esportare, esportare!

649846-eksport-dostawa-towarowIl Governatore Visco ha confermato e anzi aggravato la previsione dell’Ocse. Il 2012 porterà all’Italia una recessione dell’1,5%. Nel 2013 dovremo tornare a crescere, però a un ritmo debole, insufficiente ad aumentare l’occupazione. Sono ostinatamente dell’idea che non ci si debba arrendere a queste previsioni e che si possano ancora attuare efficaci politiche antirecessive. L’Europa dovrebbe procedere ad ulteriori finanziamenti della Banca centrale al sistema bancario, al rilancio dei consumi in Germania, ad un programma di investimenti pubblici sostenuto da project bonds comunitari. L’ Italia dovrebbe inserire nella manovra del risanamento i pochi stimoli possibili per la crescita ravvicinata: un po’ di investimenti pubblici, utilizzando i fondi europei non ancora spesi; alcune agevolazioni alla capitalizzazione e innovazione nelle imprese; e soprattutto una forte manovra “più Iva e meno contributi sociali” che renderebbe più competitive sul mercato internazionale le imprese esportatrici (esenti da Iva ma ovviamente soggette a contributi) e più competitivi sul mercato nazionale i prodotti italiani rispetto a quelli importati (ambedue soggetti a Iva, ma quelli interni sarebbero allora sgravati di una parte dei contributi).

Inutile illudersi sulla possibilità di muovere subito i consumi: servirebbe una manovra massiccia che ci è preclusa dai vincoli di bilancio. Del resto, anche chi straparla di uscire dall’euro, pensa con rimpianto alle svalutazioni della lira, che rappresentavano, appunto, la classica manovra a sostegno delle esportazioni: segno che da lì bisogna ripartire, naturalmente con i mezzi oggi disponibili in regime di euro e quindi con la manovra fiscale anzidetta. In quest’ottica sarebbe positivo il preannunciato alleggerimento dell’Irpef sui bassi redditi: misura di equità di fronte all’aumento dell’Iva e di altre imposte dirette e indirette, più che stimolo alla crescita dei consumi. Insomma, quell’aumento di Iva di altri due punti, ipotizzato dal Governo come misura cautelativa e non immediata, andrebbe anticipato, insieme a manovre compensative sul fronte del costo del lavoro e dei bassi redditi.

Ma ha senso stimolare le esportazioni, con ciò che di negativo ne deriva sul fronte dell’equità, quando l’eurozona, che assorbe la maggior parte dei nostri prodotti, ha di fronte a sé un 2012 stagnante? Risposta positiva, per due ragioni: perché si può sempre puntare ad una maggiore quota in un mercato stagnante; e soprattutto perché, in una politica congiunturale ma ancor più in una politica strutturale, bisogna stimolare le esportazioni al di fuori dell’Europa.

Sbagliamo a dire, anche se lo diciamo tutti e sempre, che siamo in mezzo a una crisi mondiale. Il 2012 promette di essere un anno buono per la maggior parte della popolazione del pianeta. I Brics – Brasile, Russia,India, Cina e Sudafrica – marciano a ritmi di crescita del Pil elevati, trainati dall’8,7% della Cina. E dietro a questi vengono Turchia, Vietnam, Malesia, Indonesia, Nigeria e tanti altri. Anche gli Stati Uniti si attendono un anno di crescita, perché la politica antirecessiva di Obama comincia a produrre frutti.

Quella che chiamiamo la crisi del mondo è dunque la crisi del nostro mondo: crisi dell’eurozona e crisi del nostro Paese in modo particolare. Chi pensa che siamo alla prese solo con una cattiva congiuntura, è dunque un illuso. Perché è in atto un rivolgimento strutturale della geografia economica del pianeta, in cui dobbiamo lottare per impedire un nostro impoverimento relativo o addirittura assoluto.

Le liberalizzazioni, le regole meritocratiche, gli investimenti in capitale fisico e soprattutto in capitale umano, sono gli strumenti per assicurare in prospettiva, a noi e nostri figli, una quota adeguata della maggiore ricchezza mondiale prodotta dalla globalizzazione. Cominciamo a marciare in quella direzione esportando di più, soprattutto nei nuovi mercati.

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