Elogio del Co.co.pro

contrattoIl contratto a progetto: a volte criticato, ma non è forse – se interpretato rigorosamente – il più moderno dei rapporti di lavoro in un Paese che sul tema è anacronistico?

Pensiamoci bene: il co.co.pro è tassato poco, come in una economia liberale normale. Contiene un obiettivo definito e non ha vincoli di luogo e tempi. Insomma, il tanto decantato “lavorare per obiettivi” presente in ogni job description, ma quanto di più lontano dalla realtà aziendale italiana, qui è messo nero su bianco. E’ un contratto a tempo e non ha obblighi di rinnovo, così come è il lavoro moderno: per team, per progetti specifici, in un mondo in evoluzione e cambiamento che deve adattare competenze ad hoc sulla base di obiettivi specifici e circoscritti temporalmente. Nel complesso, il lavoro che questo contratto ti dà non è una cosa che ti viene tutelata da giudici, reintegri forzosi, leggi e leggine ma è qualcosa che c’è fin quando c’è la domanda e fintanto che il lavoratore mantiene una competenza aggiornata.

Se la collaborazione a progetto non diventa un modo per l’azienda di sgravarsi di oneri e richiedere in realtà gli stessi vincoli di altri contratti in modo indiretto al dipendente, il contratto per come è concepito è il più moderno di tutti e il resto dovrebbe andargli dietro, non il contrario.

In fondo esso rappresenta ciò che il lavoro dovrebbe essere: ti do un obiettivo, ti pago solo per realizzarlo, non mi importa il dove, il come e il quando, basta che mi dai il risultato e se non me lo dai, ho ragione a non volerti tra i piedi per vent’anni. Mi pare logico. In un paese che chiacchiera di telelavoro ma dove si fa a gara a far tardi negli uffici per “far vedere” che si è dediti all’azienda, allungando il brodo di quello che si potrebbe fare in poche ore, dove molte aziende ancora faticano a misurare le performance e dove una pletora di lavoratori acclama l’indeterminato perché segretamente è un modo per “sedersi” ed un tappo blocca i giovani per garantire i vecchi, direi che le anomalie sono altre.

Il co.co.pro nato più per necessità che per virtù, è passato per “il pazzo” essendo invece “il sano” in un mondo di pazzi. E la concezione “sana” del lavoro è una sola: risultati.

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