Accettare la perdita del lavoro se è possibile trovare un nuovo impiego

sciopero generale8I dipendenti sono protetti quando dispongono di piani sociali?

La formazione professionale è adattata ai disoccupati?

Il 7 settembre Michel Sapin, ministro del Lavoro in Francia, ha pubblicato un documento di orientamento alle parti sociali. Quattro pagine per i sindacati dei lavoratori e per i datori di lavoro al fine di rendere il mercato del lavoro francese un pò più flessibile, ma anche più sicuro.

Lo spirito della riforma è una continuazione di uno studio realizzato da economisti e politici europei nel corso degli ultimi quindici anni. Essi parlano di “flexisécurité”  o più semplicemente di “sicurezza di carriera” citando un modello nordico.

La gente è preoccupata, almeno nel settore privato, per il timore di perdere il posto di lavoro. Non che i tassi di licenziamento siano particolarmente elevati rispetto ad altri paesi. Ma il problema è che quando perdono il lavoro, rimangono più a lungo disoccupati rispetto ad altri paesi come il Canada o gli Stati Uniti. Quindi, c’è questa tensione interna sul posto di lavoro. I manager ci giocano. Mentre la produttività francese è abbastanza elevata, la disoccupazione è usata come una minaccia per rendere le persone più desideroso di fare bene. Questo li porta ad essere molto stressati.

C’è quindi una riflessione da fare su come proteggere meglio i percorsi; l’uso della cassa integrazione, come trascorrere il minor tempo possibile senza lavoro, come poter essere formati per altri mestieri. C’è confusione tra tutela del lavoro e tutela delle persone fisiche. Non è la stessa cosa. Non sempre il salvataggio di un lavoro particolare è necessariamente la cosa giusta da attuare in caso di modifiche strutturali. Il settore automobilistico, per esempio, è triste dirlo, ma è chiaro che non crescerà in Francia negli anni a venire. Nei paesi in via di sviluppo, il costo del lavoro è da tre a quattro volte più basso e hanno pure molti tecnici e ingegneri competenti. Quindi c’è da chiedersi come preparare le persone in modo che possano andare dove vogliano. Bisogna pensare ad un lavoro dinamico e non ad uno statico mantenimento del posto fisso. 

Il primo ad aver sollevato la questione è un economista canadese Marc Van Audenrod che, con Martin Browning e Karsten Albæk, ha confrontato i sistemi belga e danesi negli anni ’80. Egli ha osservato che il tasso di disoccupazione era molto più alto in Belgio, mentre l’occupazione era molto più protetta. Ha individuato una serie di pilastri che garantiscono tassi di disoccupazione più bassi; puntare quindi su di un supporto più forte per i disoccupati, piuttosto che mantenere i posti di lavoro con i sindacati arroccati in difesa dell’occupazione. Il mondo politico ha iniziato piuttosto tardi, nei primi anni del 2000, a discutere di queste tesi.

Si sta ora passando da una difesa collettiva ad un approccio individuale; è meglio accettare che i posti di lavoro siano distrutti, ma che i dipendenti siano meglio supportati e preparati per trovarne altri. Il lavoro è considerato un arma tattica di negoziazione. Può essere utile per dire “ci batteremo fino alla fine per salvaguardare l’occupazione” e quindi contrattare meglio la separazione, le condizioni di mobilità e i piani di ristrutturazione.

Ed è qui che ci si deve chiedere: perché si usa l’unica arma dei sindacati? E perché non prevedere con due o tre anni di anticipo i settori tecnologici che non avranno bisogno di conversione? E’ qui che il dialogo sociale è difettoso. Se dici: “Tra due anni e mezzo, inizieremo a trasferirci” esplode immediatamente il conflitto sociale. Di conseguenza, la società preferisce aspettare fino all’ultimo momento per annuncialo, quando diventa molto tardi per riqualificare i dipendenti. Perché non è in tre mesi che impareremo una nuova professione, ma piuttosto due o tre anni.

E bisogna lavorare sul diritto alla formazione; se oggi un dipendente vuole formarsi per cambiare lavoro, il suo rapporto con il datore cambia immediatamente. Bisogna immaginare un sistema di incentivi per preparare a monte questa evoluzione naturale. Bisogna quindi adeguarsi alle logiche del mercato globale ma compensarle con l’accompagnamento alla disoccupazione. Ciò significa che chi perde il posto va seguito con una certa regolarità e con un alto livello di formazione.

Un’altra mossa è la salvaguardia dei diritti acquisiti nell’occupazione precedente; ogni volta che sono in discussione questi diritti si scoraggia le persone ad uscire. E’ quindi legittimo considerare un saldo della carriera lavorativa che possa spostarsi da un posto di lavoro ad un altro. Questo include i diritti di assicurazione contro la disoccupazione, il diritto alla formazione e all’aggiornamento professionale. E’ già esistente per la pensione, quindi non è tecnicamente impossibile.

Bisogna accennare anche ad un altro importante pilastro:la disoccupazione parziale. Questo è ciò che i tedeschi hanno usato durante la crisi. Esiste in Francia, ma è meno finanziata che in Germania. Il licenziamento poi, non dovrebbe essere visto come una punizione, un conflitto. Se il lavoratore decide di interrompere il contratto, dovrebbe avere in cambio una indennità importante e un diritto a un trattamento preferenziale per trovare un lavoro, oltrechè una buona formazione.

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