Il silenzio degli indigenti

STEFANIA ZOLOTTI

Spesa minima, vita accettabile: qualsiasi definizione andiate a cercare per capire la povertà a parole, vi imbatterete in qualcosa di simile prima di cadere tra le variabili che servono al calcolatore ISTAT per incasellarci tra i poveri assoluti oppure no: poveri che si sono triplicati negli ultimi 15 anni, passando dal 3,7% delle famiglie nel 2007 al 9,4% del 2021.

Sembra impossible che ci voglia una vita per provare a riscattarsi dalla fatica del non avere soldi e poi basti un clic per farci dire dallo Stato come ci considera.

Provate a farlo anche voi per capirci qualcosa in più.

L’ISTATdal suo sito, vi farà quattro domande secche: quanti siete in casa, che età avete, in che zona d’Italia vivete, che tipo di città o area abitate. 

Il passo successivo è un numero a indicare una soglia di entrata nel mondo dei poveri, a intendere se siete dentro o fuori, sopra o sotto; di certo non calcola quanto ci si possa sentire soli perché lì non c’è misura, troppo soggettivo, troppo doloroso. 

Nel paniere dei prezzi al consumo 2021, i tempi del COVID-19 hanno lasciato il segno facendo entrare tra i beni presi a riferimento anche le mascherine più o meno chirurgiche, le FFP2 e i gel igienizzanti, ma anche lo scalogno e le scarpe da trekking hanno trovato un posto alla voce “arricchimento di consumi consolidati”, così come il monopattino elettrico sharing (di cui nessun italiano aveva bisogno, ma siccome ci hanno messo un bonus sopra lo abbiamo persino rifilato tra i beni quasi essenziali). 

E fin qui si parla di cosa si intende per povertà; poi c’è chi se ne intende di povertà e ne avrebbe fatto a meno. Ci si è ritrovato senza volerlo, gli hanno tolto il salario sotto i piedi, il lavoro è diventato di colpo un ricatto sociale, i genitori guadagnano più dei figli quando i figli hanno un lavoro, spesso alla vergogna della povertà si somma quella della disabilità, ma tutto avviene sotto silenzio. I poveri parlano poco, come se dovessero risparmiare anche sul dire; i ricchi sperperano, abusano, consumano beni e parole convinti che tanto avranno soldi pure per ricomprarsi una frase.

Le date di settembre si fanno ricordare meglio delle altre, chissà perché. Il 28 settembre 2018 Luigi Di Maio dichiarava “abbiamo abolito la povertà”, facendo il passo falso di rivelare già il finale. In un Paese come l’Italia mai dare per scontato il finale, nel bene e nel male. 

La povertà non andava abolita sulla carta e sbandierata ai quattro venti, andava messa come priorità per essere abolita seriamente sulla pelle di chi ce l’aveva e ce l’ha ancora marchiata addosso. La politica, ancora una volta, stava festeggiando solo sé stessa.

La sciatteria da conversazione media e le scorciatoie del giornalismo prezzolato hanno usato il Reddito di Cittadinanza per mettere sottosopra il buon senso, impedendo di capire che è stata l’unica carta giocata dalla politica negli ultimi decenni per contrastare la piaga dalla base. Per questo, sul Reddito di Cittadinanza, abbiamo raccolto storie e testimonianze che potessero rappresentare chi sono e come vivono gli italiani che lo percepiscono: non i giovani da divano di cui sentiamo sempre parlare per tagliare corto, non gente che cerca il nero e intanto intasca dallo Stato. Ci sarà senz’altro una fetta di italiani che ne approfitta, come dappertutto, ma la colpa non è del Reddito, bensì degli italiani.

Poveri ci si sente prima ancora di esserlo, poveri è un concetto relativo e ignobile che si metterebbe in bocca anche il più ricco davanti a un oggetto che non gli riesce di comprare. 

La povertà, quella fatta d’ossa più che carne, passa sotto silenzio anche perché fa vergogna. Eppure la vergogna più grande è un’altra: che i poveri danno fastidio, disturbano, non piacciono. Non abbiamo abolito niente, abbiamo solo reso la povertà più democratica di prima, accessibile a tutti, il paradosso perfetto.

Da Senzafiltro

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