Urlatori di professione

 Siamo un paese poco serio, lo dimostra la tragedia dell’albergo Rigopiano. Il primo giorno, con quasi quaranta persone sepolte sotto la valanga di neve, tutti in tv, nei talk, urlavano allo sciacallaggio sull’evento, compreso quel folle di Sgarbi, che sentenziava sull’ omicidio di Stato, quando poi il giorno seguente, al ritrovamento dei primi sopravvissuti, erano diventati tutti eroi incredibili e le inefficienze venivano come per incanto cancellate con un colpo di spugna, salvo poi ricominciare i giorni seguenti, mostrando documenti e mail di richieste d’aiuto, partiti prima della tragedia dall’hotel, all’indirizzo delle autorità competenti. Siamo un popolo di urlatori, ma come Toni Dallara, nel canto non facciamo danni, anzi, la musica rock ha avuto una funzione importante nel percorso di tanti giovani e anche gli stadi sono sfogatoi, pur se sempre troppo eccessivi, dell’aggressività latente degli umani. Ma le parole andrebbero misurate, soprattutto da parte di coloro che si considerano intellettuali, teste pensanti o politici di professione. Invece no, facciamo a chi le spara più grosse, perché pensiamo solo all’ego, ad apparire, farci riconoscere dalle masse, magari per strada, anche se abbiamo mostrato in televisione non il meglio del nostro cervello, ammesso che sia sopraffino, non pensiamo più all’umanità che dovrebbe albergare in ognuno di noi, così mescoliamo indifferentemente le immagini del giuramento di Trump e dell’abito elegante di Ralph Lauren, indossato da Melania, con la diretta dal luogo della valanga, dove non sappiamo i nomi dei sopravvissuti e dei morti, ma ci comportiamo come in un reality show .Niente toni bassi, ma avanti con polemiche, mescolate all’angoscia dei parenti, accuse di sciacallaggio, dirette interminabili dai luoghi terremotati, dove i giornalisti, con la loro presenza, disturbano i lavori, più che essere utili a qualcosa. The show must go on, mi viene da dire, ma preferirei vedere sullo schermo, al posto delle pecore dell’intervallo, di remota memoria, l’imago pietatis di Cristo del Bellini, custodito al Poldi Pezzoli di Milano, come emblema della tragedia di chi sta ancora sotto quella montagna di neve, accanto alla Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca ,per quelli che pochi giorni fa ce l’hanno fatta ad uscire da quell’inferno bianco, e per chi crede, anche per coloro che il destino ha voluto sottrarre ingiustamente al momento terreno.

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