Una bella notizia. Il flop televisivo di Celentano e Grillo

Di Flavia Perina

Finalmente la programmazione televisiva da Villa Arzilla è stata spernacchiata dagli italiani. Una tendenza che potrebbe riversarsi ovunque e ci farebbe un gran bene: quella di un Paese che finalmente si ribella alla gerontocrazia

Quella appena trascorsa poteva sembrare una settimana pessima, in primis il caso della Sea Watch, comunque la si pensi è impensabile che un continente da 500 milioni di persone vada in crisi per accoglierne 50, per non parlare della recessione tecnica, oggi una definizione astratta ma domani una tragedia concreta, che peserà come un macigno sul futuro di tutti e che per giunta suona come un condanna senza appello sia sul governo del cambiamento sia, soprattutto, su quelli che c’erano prima.

E invece, questa settimana all’apparenza pessima è stata in realtà meravigliosa, al punto che forse potrebbe contenere in sé stessa i germi di un nuovo rinascimento italiano. Questa settimana, infatti, abbiamo assistito sia al definitivo crollo negli ascolti di “Adrian” dell’ottantunenne Adriano Celentano, sia al clamoroso flop di “C’è Grillo”, il programma di Rai 2 dedicato al meglio del repertorio del settantenne comico genovese.

Due programmi molto diversi, accumunati però da un fatto: il monumentale pernacchioneche i telespettatori hanno rivolto ai due anziani mostri sacri. E questa, per il Paese, è davvero una notizia straordinaria.

Per prima cosa è bene chiarire di cosa stiamo parlando, per i tanti che si fossero risparmiati la pena. Pubblicizzato come un cartone animato, anzi, come fa figo dire oggi, “una graphic novel”, Adrian è invece un vero e proprio attentato al concetto stesso di narrazione: a guardarlo si ha la sensazione di trovarsi davanti a un mondo distopico, e non perché la trama sia ambientata effettivamente in un mondo distopico, quanto perché soltanto in un Paese da incubo un editore televisivo può aver consentito a finanziare e a mettere in onda un contenuto aberrante, di cui risulta perfino difficile parlarne seriamente.

Nell’epoca di Netflix e di Amazon, di complicati dispositivi narrativi come Maniac o Black Mirror, di personaggi multidimensionali come Walter White o Don Draper, e perfino di cartoni animati illuminanti come BoJack Horseman e Rick and Morty, in Italia è stata effettivamente mandata in onda una storia dove un alter ego animato di Celentano, con i muscoli gonfi di GH, aggiusta orologi e ciula come un assassino dalla mattina alla sera. Il tutto per la modica cifra di 20 milioni di euro, un budget principesco, di livello americano, che fa cadere il grande alibi usato da paraguri e responsabili dei palinsesti, il fatto cioè che la nostra televisione sia mediocre perché “non ci sono soldi”.
I soldi evidentemente ci sono, e pure tanti, il problema è che chi siede nella stanza dei bottoni vive una dimensione parallela, e davvero deve aver pensato che per produrre una serie di successo nel 2019, si dovesse chiamare l’ottantunenne Adriano Celentano, coadiuvato da un gruppo di arzilli vecchietti.

Un po’ lo stesso discorso che si può applicare al programma di Grillo: in un momento in cui la comicità, in tutto il mondo, vive un periodo di splendore mai conosciuto prima, dove si moltiplicano le voci e i punti di vista, e dove perfino in Italia – finalmente – la stand-up comedy si sta cominciando ad imporre, ecco che il settantunenne Carlo Freccero non ha trovato niente di meglio che proporre un montaggione di spezzoni, con Grillo che suda, dice “bélin”, fa il cabaret come se fosse al Derby negli anni ’80, come se Louis C.K., Aziz Ansari, Sarah Silverman eccetera non fossero mai esistiti e nessuno in Italia ne avesse mai sentito parlare.

E forse non sarà domani, e nemmeno dopodomani, ma prima o poi, al ricordo della figura barbina rimediata con Adrian o con la débacle di Grillo, un dirigente – uno solo! – troverà il coraggio di rischiare, di ribellarsi, di produrre qualcosa che non sia rivolto né agli analfabeti funzionali dei reality né agli ospiti delle residenze Anni Azzurri.

Il problema, per il direttore settantunenne, è che in Italia ne hanno sentito parlare eccome e anche chi non ne ha sentito parlare ha interiorizzato quel linguaggio, quei ritmi, quella contemporaneità della forma e del contenuto. E quindi davanti al Grillo vintage o al Celentano assatanato oggi sbadiglia, e chiede – anzi, implora – qualcosa di nuovo, e qui andiamo dritti al centro della questione.

I flop di “Adrian” e di “C’è Grillo” non sono una questione di ascolti televisivi: sono lo specchio di un Paese che non ne può più di un’industria culturale dove da più di trent’anni lavorano sempre e solo gli stessi, e che anche se ormai hanno raggiunto l’età non della pensione ma dell’ospizio sono ancora lì, come se nulla fosse, incapaci di offrire nient’altro che il loro nome appiccicato come un’etichetta sopra a contenuti che sembrano parodie o al massimo amarcord, per quanto appaiono datati. Celentano che fa le pause, Grillo che dice che è una cosa pazzesca, ma gli esempi potrebbero continuare all’infinito: in TV, e pure al cinema, il panorama è lo stesso da quando c’era Windows 95 e anche quando si inserisce qualche faccia nuova il problema è come disinnescarla, come renderla innocua, inoffensiva, snaturata e fare in modo che gli anziani dell’ospizio di cui sopra non ne escano turbati.

Fino a ieri tutto questo veniva tollerato in nome degli ascolti, si alzavano le spalle, si diceva “eh, ma sai, siamo in Italia” ma adesso, grazie al cielo, le cose sono cambiate. Finalmente esiste il precedente, finalmente qualcuno alzerà la mano durante una riunione convocata per approvare l’ennesimo ritorno a suon di milioni della vecchia gloria spompata e avrà un argomento inoppugnabile per cercare di cambiare le cose.

E forse non sarà domani, e nemmeno dopodomani, ma prima o poi, al ricordo della figura barbina rimediata con Adrian o con la débacle di Grillo, un dirigente – uno solo! – troverà il coraggio di rischiare, di ribellarsi, di produrre qualcosa che non sia rivolto né agli analfabeti funzionali dei reality né agli ospiti delle residenze Anni Azzurri. E a quel punto, magari, il trend investirà anche l’intera società italiana – del resto la cultura serve a quello, a fare da apripista agli orientamenti generali di una società – e ci libereremo dall’assurdità che ci vede essere l’unico Paese al mondo in cui, per la prima volta nella Storia, la forza trainante non sono i 30-40enni ma i 60-70enni, che occupano stabilmente e con i risultati catastrofici illustrati perfettamente dalla recessione tecnica, tutti i posti di potere che davvero contano in qualsiasi ambito.

Non c’è che dire: una settimana davvero memorabile. Speriamo che la prossima, quella del Festival di Sanremo a cura del sessantasettenne Baglioni, non getti tutto alle ortiche.

Da Linkiesta

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