Tutta straniera l’industria discografica italiana

 di  BRUNO PERINI  

Adam Smith, padre fondatore del liberismo e teorico del libero mercato come toccasana dell’economia, si rivolterebbe nella tomba se soltanto potesse dare un’occhiata alla struttura proprietaria e gestionale dell’industria discografica italiana.

D’altronde, forse non c’è bisogno di scomodare il grande economista scozzese per scoprire nelle pieghe del mercato discografico italiano due gigantesche anomalie: un settore industriale dominato fin dalla sua nascita da un oligopolio sempre più ristretto e, cosa ancor più singolare, da un oligopolio di major multinazionali che hanno il loro quartier generale a Parigi, Tokio e New York. Verrebbe da dire, capovolgendo una frase piuttosto usurata di un ex ministro degli interni: prima gli stranieri.

Certo la FIMI, la Federazione dell’Industria Musicale Italiana associata alla Confindustria, è guidata dall’italiano Enzo Mazza, CEO della federazione, ma come è ovvio lo strapotere dei giganti stranieri resta determinante e influenza da decenni il mercato discografico italiano e internazionale.

I tre giganti stranieri che dominano l’industria discografica italiana

Chi sono le “tre sorelle” della discografia? I colossi stranieri di cui stiamo parlando sono la Universal Music Group, statunitense ma attualmente controllata dal potente gruppo finanziario francese Vivendi, la giapponese Sony Music Entertainment e la statunitense Warner Music Group. Fino alla seconda metà del 2000 l’oligopolio era più allargato, comprendeva anche la tedesca Bmg e l’inglese Emi. Poi qualche anno fa la Sony si è mangiata la Bmg e la Warner ha conglobato la Emi.

Basta una percentuale per dare l’idea dell’influenza dei tre giganti: Sony, Universal e Warner controllano il 70% del mercato globale. Quando la rete internet ha stretto le sue potenti maglie attorno alla musica quella percentuale è diminuita circa del 2%, ma le multinazionali si sono rapidamente adeguate, anche se è cominciata una lenta liberalizzazione dovuta alla nascita di piccole realtà che si muovono nelle pieghe della rete.

Le corporation si occupano di produzione di contenuti musicali, attraverso accordi con musicisti e singoli gruppi, ma la loro vera forza sta nel monopolio della distribuzione; per cui anche gli artisti di alcune case indipendenti devono passare dalle multinazionali per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti.

La struttura proprietaria e produttiva dei tre colossi è più articolata di quanto sembri: la produzione è suddivisa per tutte le compagnie in una rete di etichette (labels) di proprietà delle compagnie, che a loro volta possono essere articolate anch’esse in gruppi con altre sotto-etichette, e possono essere inoltre organizzate a livello mondiale con filiali nazionali.

Nelle aree sottostanti la geografia oligopolista spuntano poi le indiescompagnie indipendenti non legate dunque ai grandi gruppi. Due esempi tra le più note: il Clan Celentano guidato da Claudia Mori, che produce soltanto un artista ma del peso di Adriano Celentano, e la Sugar Music di Caterina Caselli, che produce invece artisti come Andrea Bocelli, Elisa, Negramaro, e altri artisti. Accanto a queste realtà indipendenti di media grandezza ce ne sono poi una miriade di più piccole che hanno prodotto magari un solo artista in un evento musicale.

L’evoluzione del mercato musicale dal vinile allo streaming. E di nuovo al vinile

Ma come si è evoluto negli ultimi decenni il mercato della musica? Chi erano i protagonisti industriali? Ci vorrebbe una monografia soltanto per rispondere a questa domanda. Per grandi linee possiamo dire che se negli anni Sessanta dominavano i 45 giri divorati da quei mangiadischi di plastica che comparivano spesso nelle chiassose spiagge dell’Emilia-Romagna e permettevano una prima, rozza condivisione della musica, negli anni Settanta la condivisione avveniva attraverso le musicassette. Negli anni Ottanta e Novanta si assiste invece alla nascita e allo sviluppo dei cd, che aprono la strada alla tecnologia digitale e segnano l’addio al vinile.

I protagonisti industriali di questa epoca sono la Philips con le musicassette e la Sony con il walkman. Ma il vero mutamento, quella che assieme alla più grande trasformazione dell’industria discografica porterà con sé il crollo verticale della vendita di dischi e successivamente dei cd, è rappresentata dall’avvento della rete. Gli antesignani sono l’ingegnere italiano Leonardo Chiariglione, creatore dello standard video mp3, e Shawn Fenning, l’inventore del sistema Napster, che consentirà da quel momento la distribuzione semigratuita della musica su scala planetaria. Se quello fu un primo cambiamento radicale, la rivoluzione ancora in corso dell’industria della musica ha due padrini assai noti: Apple e Google, che assieme a YouTube aprono la strada allo streaming, considerato dagli esperti l’apice di questa rivoluzione tecnologica nel pianeta musica.

Per capire quanto sia radicale questa rivoluzione basta andare a spulciare qualche dato fornito dalla Federazione Industria Musicale Italiana per i primi sei mesi del 2019. Il mercato dello streaming musicale è letteralmente esploso negli ultimi anni. Soltanto lo streaming musicale rappresenta il 63% di tutti i ricavi dell’industria discografica italiana. In euro equivale a 54 milioni nel primo semestre dell’anno. Fimi ha registrato inoltre una crescita del 67% dei ricavi di tutta la musica che si avvale di spot pubblicitari per la sua diffusione, che hanno superato anche quelli del video-sharing, tuttavia aumentati del 7% rispetto allo stesso periodo del 2018.

La musica digitale rappresenta il 73% del mercato italiano e aumenta il proprio dominio sul mercato fisico, sceso del 26%. L’unico a resistere è il vinile, che nel semestre segna una crescita del 4,8%, rappresentando, da solo, il 31% del mercato dei supporti fisici. Il 27% del mercato complessivo è quindi ciò che resta alla musica distribuita su supporto fisico e che, rispetto ai primi sei mesi del 2018, perde il 12%.

Stefano Senardi: “Il monopolio della distribuzione è a rischio. Il futuro è nella rete”

Quali sono le luci e le ombre di questo scenario? Siamo andati a trovare un personaggio che da decenni naviga tra i piani alti e i sotterranei della musica leggera, e che ci può aiutare a capire che cosa è davvero cambiato nel mondo della musica. Il suo identikit? Basti questa divertente curiosità: il figlio si chiama Matteo Alberto Bob Dylan Senardi. Lui invece si chiama Stefano Senardi, ha 64 anni ed è noto negli ambienti musicali come un geniale talent scout.

Quando era presidente della Polygram, un’etichetta discografica tedesca assorbita negli anni Novanta dalla Universal, Senardi ha gestito e contribuito al successo di Zucchero Fornaciari, Franco Battiato, Gianna Nannini e Lorenzo Giovanotti. Dopo la Polygram ha fondato una casa discografica indipendente, la Nun, ma dopo qualche anno ha deciso di lasciare la produzione musicale e dedicarsi alla consulenza. Lavora dietro le quinte di Che tempo che fa di Fabio Fazio, del Festival di Sanremo e di X Factor. Attualmente è il responsabile di 33 Giri, una trasmissione su Sky Arte composta da documentari sui grandi album musicali.

“I dati che mi hai citato sono veritieri: lo streaming è in grandissima crescita. L’esplosione dello streaming è l’ultimo atto di una trasformazione che è ancora in corso e che ha mutato il mestiere del cantante, il ruolo degli utenti e di tutti coloro che vivono nell’universo della musica.”

Come è mutato il pianeta musica a tuo parere?

Partiamo da una semplice considerazione: lo streaming è regolato da un algoritmo che riesce a suggerire che cosa hai ascoltato, che cosa hai sentito, dove orientarti nelle tue scelte. È ormai un mondo orientato dal marketing che amplifica a dismisura gli orientamenti del pubblico, e quindi delle case discografiche. Il vecchio direttore artistico, in sostanza, non esiste più. E purtroppo con la scomparsa delle direzioni artistiche si affievoliscono anche la poesia e la creatività.

Un quadro sconsolante, direi. Mi fai venire in mente l’operazione fatta dagli U2 con Apple: bastava essere in possesso di un Mac per poter ascoltare l’album degli U2 gratis. Un modo elegante per escludere il pubblico.

Sì è vero, quello è stato un esperimento iniziale che non credo si ripeterà. Diciamo invece che c’è anche un’altra faccia della medaglia, che è positiva e che comunque impone di adeguarsi alla rivoluzione tecnologica. Un dato inequivocabilmente rivoluzionario è che con l’avvento della rete è il pubblico a decidere le scelte di intrattenimento musicale, i gusti, i generi e gli artisti. Questo le major non l’hanno capito, purtroppo, e tentano ancora di farla da padrone perché hanno il grande potere della distribuzione su larga scala. Credo però che se non vogliono perdere il loro dominio dovranno adeguarsi in fretta, visto che Internet sta già diventando una rete naturale di distribuzione artistica. In rete negli ultimi anni sono nati e cresciuti piccoli canali digitali che danno la possibilità di far uscire allo scoperto nomi nuovi, artisti che riescono a mettere fuori la testa dal dominio del mainstream con pochi quattrini. Sono piccole community destinate a moltiplicarsi nella vastità della rete, che possono sottrarsi al dominio delle major e produrre cose nuove, come è avvenuto di recente. Anche perché le major vivono un momento di grande crisi epocale: non hanno risorse per la ricerca dei talenti, non si vendono più dischi, gli unici introiti sono i concerti live.

Che cosa suggeriresti a un giovane che vuole fare il mestiere del cantante?

Direi di non sottovalutare la potenzialità della rete, le nicchie; di aggregarsi o di fondare nuove community. Basta una piccola struttura. Credo che il futuro sia lì.

Da Senzafiltro

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