Stabat Matera

Di STEFANIA ZOLOTTI 

 

Il fossile vertebrato più grande della storia stava a Matera, e ci sta ancora.

Peccato sia chiuso dal 2006 nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale “Domenico Ridola”: quello che ogni altro Paese al mondo esporrebbe come l’Olimpo dell’archeologia marina noi italiani lo parcheggiamo al chiuso. Qualsiasi buona scusa non reggerebbe il colpo, tanto più nell’anno della Capitale europea della cultura.

La battaglia di Renato Sartini è sacrosanta. Giornalista scientifico e filmaker, sta gridando al mondo intero che quel fossile è un pezzo di storia, che appartiene a tutti, che servono urgentemente investitori e finanziatori per ridargli almeno l’aria visto che l’acqua non lo farebbe più tornare in vita. 

A fine aprile Sartini ha presentato dentro una sala di Palazzo Madama il suo documentario Giallo ocra. Il mistero del fossile di Matera. Forse non è nemmeno un paradosso che il fossile vertebrato più grande al mondo si sia incagliato dentro una delle città fino a pochi anni fa più sconosciuta al mondo e che ancora appare incastrata seppur si dimeni con destrezza in cerca della via di fuga.

La balena l’hanno chiamata Giuliana dopo averla ritrovata a cavallo della riva sinistra della diga di San Giuliano, in una posizione che agli studiosi ricorda un tuffo o una spinta ultima verso l’acqua, bruscamente interrotta. Ventisei metri, un milione e mezzo di anni, il reperto più prezioso rinvenuto per studiare il gigantismo estremo delle balene, il fossile più pesante mai visto dagli occhi di un uomo, la stima di 150 tonnellate di peso da viva mentre nuotava le acque del Mediterraneo. Sembrano tutti concordi nel dire che manchino i fondi per attuare i lavori e gli studi ma credo siano più carenti le attitudini al fare e all’intraprendere, oltre che al buon senso.

Per decenni hanno fatto credere al Sud – Basilicata compresa – che lo avrebbe salvato l’industria, il petrolio, le catene di montaggio e le automobili, lo hanno persino convinto che valesse la pena ammalarsi pur di piantare fabbriche e illegalità al prezzo di posti di lavoro. Al Sud – Basilcata compresa – avrebbero dovuto dire di investire sulla propria storia, la natura senza macchie, l’arte esuberante che attira la vacanza modaiola dal nord e il selfie sui Sassi da postare a tempo di record; però, quando ognuno se ne torna poi a casa sua, quello stesso Sud riappare distante e scomodo, quella che è una culla dei dialetti viene trattata da ignoranza, la potenza della comunità e del vicinato si fanno di colpo arretratezza. Questa Italia schizofrenica ha troppi pesi e misure, infatti i conti non tornano. 

Persino per raccontare al mondo intero il Rinascimento del Sud e dare il nome a una mostra che si reggesse sulle proprie gambe è servito l’anno della cultura dopo che per secoli abbiamo spaccato l’Italia dell’arte in due e raccontato che il Rinascimento fosse roba d’altri, partorito solo da Roma in su. 

Chi lo risarcisce adesso questo Sud degli anni persi e della cultura raccontata male? Potrà mai bastare a Matera qualche anno di notorietà per diventare adulta? Crescere tanto in fretta può fare tanto male. Per fortuna le comunità reggono e i cittadini si riappropriano di un passato che attaccano al presente.

Prossimità e condivisione da un lato, inquinamento e menefreghismo dall’altro. 

Non si racconta mai abbastanza il grave stato di salute di certe aree maltrattate dalle scorie della politica e degli scarti industriali o il Sud che ha fatto per anni da comodo parcheggio perché nell’ombra. Oggi si investe sull’aerospaziale e il 5G ma il rischio è che si sia saltato qualche nodo per andare sulle stelle.

Qui in Basilicata la residenza è ancora sudore e dolore mentre la vacanza spopola. Nell’anno della capitale si contano i materani di ritorno, ragazzi cresciuti all’estero che accettano la sfida di riportare a casa una pelle nuova che faccia bene a tutti ma chi dovrebbe gestire la polis non ha ancora compreso fino in fondo la vergogna che nel 2019 manchi una stazione ferroviaria al capoluogo. Il treno più veloce col resto del mondo parte da Bari e da lì soltanto i pullman ricuciono brandelli di umana geografia come fossero mani di chirurgo ben coscienti di quanto poco basti per rischiare la vita del paziente. 

Dove oggi c’è Matera, due milioni di anni fa ci nuotava Giuliana. Tutti credono sia una città dura e sassosa e pensare che ha più tracce d’acqua che di terra.

Giuliana è sigillata dentro casse di legno, nessuno può parlarle, nessuno può chiederle cosa è successo, nessuno è in grado di fare un orlo alla storia e accorciarlo fino a noi. Addirittura sulla data di rinvenimento c’è chi dice 2000, chi 2006, chi dice sia stato uno ad accorgersi dei fossili arenati, chi dice un altro. L’unica certezza è che le interrogazioni parlamentari non sono mancate, né verifiche e lamentele da parte degli studiosi, nemmeno la rabbia è mancata per il fatto di non conoscere nulla della balena buona se non fosse stato per l’articolo apparso sulla rivista Biology Letters della Royal Society.

Intanto la regione si spopola, perde peso, ma per tutto l’anno il dolore è compensato. La domanda che resta in piedi è solo una: le istituzioni e la politica che nel 2019 si sono incipriate il naso con la polvere di stelle del cinema e teatro a cielo aperto hanno compreso fino in fondo che Matera non può più permettersi un futuro in saldo?

La cultura diventa modello quando si costruisce su una managerialità competente e sensibile, quando è scalabile e replicabile, quando succhia la linfa buona dal basso senza aspettare che piova sempre e soltanto dall’alto. 

Aspettiamo e confidiamo.

Lo Stabat Mater, invocazione e dolcezza con cui nella preghiera si chiedeva a Maria di poter far parte del dolore immenso che portava dentro di fronte alla crocifissione del figlio, mette ancora apprensione davanti ai Sassi e al futuro.

Stabat Mater, Stabat Matera.

La madre stava, Matera stava, Giuliana stava.

Da Senzafiltro

 

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