Squadre all’angolo: il calciatore fa il prezzo – Fulvio Paglialunga

 Dal caso Donnarumma a Neymar, ormai gli scambi di giocatori non dipendono più dai club com’era una volta. Ma da procuratori-star e società di investimento

Il calcio è un sogno, ma Gigi Marzullo non c’entra. È proprio una fiera di illusioni da quando l’uomo ha inventato il pallone: pensi sempre che la tua squadra possa vincere anche se è improbabile, che quel tiro sbilenco possa diventare gol. Questo finché ci sono le partite. Ma d’estate? Il tifoso parla sempre di calcio, anche quando non si gioca. Impiega il tempo senza partite a leggere giornali, parlare di acquisti e cessioni, disegnare formazioni immaginarie.

Insomma, entra nel fantastico mondo del calciomercato, un’incredibile sagra prima limitata a pochi mesi oggi spalmata su tutto l’anno. Adesso il mercato è come se fosse sempre aperto. Capita da quando un belga di nome Jean-Marc Bosman, calciatore di medio valore, si rivolse alla Corte di Giustizia europea ritenendo di aver subito un’ingiustizia perché il suo club non gli permise di andare nella squadra che voleva e fece stabilire universalmente che il calciatore è assimilabile a qualunque altro lavoratore e ha diritto alla libera circolazione nei Paesi europei alla fine del contratto.

Prima, firmare un contratto era un vincolo, una sorta di matrimonio quasi unilaterale: la società ti ingaggiava e diventavi di sua proprietà. Potevano venderti a tua insaputa senza che fossi la casa di Scajola. Paolo Sollier, il calciatore che entrava in campo con il pugno sinistro chiuso alzato e poi è diventato scrittore, racconta spesso, lui che tra i primi si oppose al vincolo, che sul finire degli anni ’70 andò a dormire la sera da giocatore del Perugia e la mattina dopo si svegliò con una telefonata del segretario della società che gli diceva di preparare le valigie perché era stato ceduto al Rimini.

Ora i calciatori sono liberi di muoversi di più e questo ha aumentato il loro potere e, soprattutto, ha creato e reso fortissima la figura del procuratore. Sono nate rockstar come Mino Raiola o uomini di incredibile potenza come Jorge Mendes, insieme “proprietari” di quasi tutti i più grandi campioni in circolazione perché hanno modi e metodi che consentono al giocatore di guadagnare sempre di più e alle società di trarre i loro vantaggi da una sorta di prostrazione. Quando ci sono le trattative sembrano sparire i loro assistiti: prendiamo Donnarumma, il rinnovo prima rifiutato, la trattativa al rialzo, un ingaggio pure per il fratello e una dose di insulti buona per i prossimi diciotto anni, prima di firmare ancora per il Milan.

Il più citato era Raiola, che ha usato maniere spicce per ottenere quello che voleva: più soldi per il suo giocatore e, di conseguenza, anche una maggiore commissione per sé. Ed è forse il motivo per cui Marco Verratti, uno dei migliori giocatori italiani in circolazione, ha deciso poco dopo di lasciare il suo procuratore, Donato Di Campli, che lo ha seguito sin da giovanissimo ma con modi troppo eleganti, per affidarsi a uno squalo in grado di farlo girare a cifre più elevate.

I procuratori devono muovere giocatori, è nel loro interesse. E le società per evitare che il loro patrimonio perda di valore devono tenersi i calciatori a condizioni economiche non sempre vantaggiosissime. Ma il venir meno del vincolo genera un fantasma: il parametro zero. Ai club non conviene far arrivare il campione all’ultimo anno di contratto: a gennaio potrebbe già firmare un precontratto per una rivale (da qui le trattative che durano sempre), a luglio andare via gratis.

È il rischio che il Milan, ad esempio, ha corso con Donnarumma: lasciare che un patrimonio autentico della società andasse via nella prossima estate gratis, col primo che capita. Al contrario, l’affare che ha fatto la Juve quando ha preso Pogba a zero dal Manchester United, per poi rivenderlo a 105 milioni di euro (di cui, ecco, 27 al procuratore Mino Raiola) sempre al Manchester United dopo quattro anni.

Il potere dei giocatori ha anche reso il contratto stracciabile quasi unilateralmente, anche quando è firmato. Si chiamano clausole e sono l’ultima frontiera a volte un po’ folle della libertà: si fissano alla firma del contratto, una cifra spesso molto alta che viene stabilita come limite. Se una società offre quella cifra il giocatore può andar via senza che il club di appartenenza possa opporsi. Così la Juve è arrivata a Higuain, pagando i 90 milioni di euro di clausola che erano previsti nel contratto con il Napoli.

E così sta per concretizzarsi uno dei trasferimenti più clamorosi della storia del calcio: quello di Neymar dal Barcellona al Psg. Che è la violazione di un tempio: il Barcellona, che come il Real Madrid, è una squadra abituata a collezionare campioni ne perde uno così. I catalani si sentivano al sicuro: chi avrebbe mai tirato fuori 222 milioni di euro per portarsi via Neymar? La risposta è: il Psg. Attraverso strumenti che l’evolversi del calciomercato in operazioni finanziarie vere e proprie ha creato. A Neymar arrivano 300 milioni di euro da un fondo del Qatar (molto vicino al Psg) ed è il giocatore stesso (che diventerebbe testimonial dei mondiali in Qatar del 2022) a pagare la clausola, liberarsi e andare dai francesi. In pratica Neymar diventerebbe proprietario di Neymar.

I fondi sono una delle ultime novità del calciomercato che cambia: investono nei giocatori, li comprano e li fanno girare, perché più movimento di denaro c’è, più l’investimento rende. L’Inter, per esempio, ha pensato di prendere Lucas Lima dal Santos: un giocatore di proprietà all’80 per cento della Doyen Sports (uno dei grandi fondi, appunto), al 10 per cento della sua agenzia e solo al 10 per cento del club di appartenenza. Quando Lotito voleva portare (e portò) alla Lazio Felipe Anderson dovette fare pure i conti con la Doyen (che detiene il 50 per cento del cartellino) e, siccome si trattava di pagare ed è un verbo a lui ostico, sbottò: «Questi giocatori sono trattati come schiavi».

Un’altra era rispetto a quando tutto si faceva in un albergo di Milano. Il calciomercato non è più quello di Lino Banfi ne L’allenatore del pallone, con il presidente Borlotti che gli prometteva trattative iperboliche per riuscire ad avere «i tre quarti di Gentile e i sette ottavi di Collovati, più la metà di Mike Bongiorno». Poi, alla fine, il rinforzo decisivo è stato Aristoteles. Senza fondi, clausole e procuratori. Era bastato un giro piuttosto grottesco in Brasile. Perché forse fare i talent scout conviene ancora. Prima che arrivino gli altri, compresi i fondi del Qatar.

 

Da: Pagina99

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