Il sottile limite tra piacere e rischio – Antonio Panti

alcol_bottles_comic L’uso dell’alcol è antico come l’uomo. La massima parte delle persone si concedono questo piacere e un raro stato di lieve ebrezza non provoca alcuno stigma o riprovazione sociale. Del resto l’alcol è presente nella Messa, il più importante rito della religione cattolica anche se altre culture, come quella musulmana, lo hanno rifiutato. Tuttavia da questa condizione umana, spiegata dalle neuroscienze con l’attivazione dei centri del piacere, si attivano, superata la soglia del rischio, i fenomeni patologici della dipendenza. Si calcola che quasi un milione di persone oggi in Italia possono essere considerate alcol-dipendenti e meno di 60 mila sono quelle che si rivolgono ai servizi. Ma i problemi umani e sociali sono quelli delle patologie alcol- correlate, la cirrosi, i trapianti, le forme psichiatriche e tutte le patologie acute che portano a frequenti ricoveri e al coma etilico, che colpisce prevalentemente i soggetti tra i 30 e i 50 anni.

Insomma il quadro epidemiologico è vasto e grave e l’incidenza sociale di grande rilievo. Tutto disegna un quadro estremamente complesso e contraddittorio. Il fatto che quasi tutti i soggetti ricoverati al Pronto Soccorso ne escano senza le indicazioni di una successiva consulenza significa quanto scarsa sia la formazione dei medici su questo problema. Altresì, mentre la informazione ai cittadini è carente e poco significativa, la pubblicità sull’alcol è concessa liberamente e l’economia trae enormi vantaggi dalla produzione di vini e liquori. Gli altri aspetti sottolineano che non c’è una soglia minima alla quale si possa attribuire un danno ingravescente da alcol o una tendenza alla dipendenza. E’ un problema di personalizzazione delle difese biologiche e culturali di ciascun individuo e basti pensare che se pochi decenni fa si considerava normale sul piano medico bere anche due litri di vino al giorno, adesso siamo giunti a consigliarne un bicchiere per le donne e due per gli uomini e niente liquori.

Certamente esiste una predisposizione genetica all’alcol-dipendenza ma è chiaro che le influenze culturali, ambientali e del vissuto individuale sono assai rilevanti. In poche situazioni come queste l’influenza sociale è determinante e la libertà del singolo di godere di qualche piacere e di correre qualche rischio non può e non deve essere eliminata anche perché ogni proibizionismo è sempre fallito. Ma l’alcolismo come patologia esiste ed è grave e, nonostante encomiabili sforzi sul piano legislativo e organizzativo, un vero percorso diagnostico e terapeutico è ancora agli albori. Fondamentale è l’intervento del medico di famiglia che deve fare opera di informazione e di prevenzione e individuare i quadri evolutivi attraverso segnali comportamentali (la violenza, la trascuratezza, l’assenza dal lavoro). Insomma c’è bisogno di una grande opera di informazione e formazione e di una migliore organizzazione del counselling e della risposta dei Centri specialistici prima di giungere, e nel tentativo di evitare le gravi patologie alcol-correlate che impegnano grandemente i servizi ospedalieri. Il primo tassello che è l’informazione deve sfatare alcune idee radicate: il vino non è un alimento e le modalità di assunzione dell’alcol non sono indifferenti. L’accento posto sull’informazione e la prevenzione è ancora più importante perché le terapie della dipendenza da alcol sono ancora incerte e non risolutive.

E’ indubbio che la terapie deve essere personalizzata e che i gruppi di auto-aiuto, la psicoterapia e, se possibile, un modificato clima attorno al dipendente hanno effetti positivi. Anche molti farmaci possono essere utilizzati, e gli ultimi ritrovati hanno senz’altro un ruolo importante nell’impedire farmacologicamente l’assunzione dell’alcol mentre il paziente sta cercando di raggiungere l’astinenza. Ci auguriamo che studi più approfonditi possano dirci qualcosa di più sugli esiti di questa importante innovazione.

Da Toscana Medica

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