Recensione libro: “Odilia e la casa dei due pioppi” di Dilva Attolini

Mentre leggevo il romanzo di Dilva, Odilia e la casa dei due pioppi, edizione Antiche porte, mi chiedevo perché mi piacesse, perché il libro è bello, ben scritto, però un libro piace ad ognuno per una diversa ragione. Ad esempio, la versione di Barney di Mordechai Richter, ad alcuni è parso un’opera sulla vecchiaia, ad altri sulla vita e la cultura degli ebrei canadesi, o meglio americani, ad altri infine un libro sull’amore. Il romanzo racconta le vicende di una famiglia contadina, della bassa reggiana, nel periodo che va dal ’30 al ’45 e le trasformazioni di quel mondo. Ora questo non mi sembrava un libro per bambini, anche se il protagonista è un bambino, avanzando nella lettura mi sembrava sempre di più un libro per quelli come me che hanno superato i sessant’anni, età in cui si smette di vivere da maturi l’età giovane e si inizia a vivere da giovani l’età senile. Un’ età in cui ammetti o in alcuni casi scopri di essere mortale e in quel momento il passato che hai sepolto, in una vita fatta dapprima di futuro e presente, poi di presente e futuro, riemerge. Il libro di Dilva mi ha riportato indietro di oltre mezzo secolo, ad un mondo che ho conosciuto, essendo nato in una casa contadina della montagna dove “il progresso” è arrivato dopo che in pianura. Ho conosciuto i riti di quel mondo, ho avuto la stessa vita di Giuliano ,il protagonista: il freddo, le scuole distanti, da raggiungere con la neve alta, i piedi fradici e le calze ad asciugare accanto alla stufa, i campi arati coi buoi e pure la paura dei topi, non che mangiassero le orecchie ai bambini, ma come nemici della dispensa, il luogo dove le stagioni si allungavano, con le stagionature di salumi e formaggi e con la frutta secca o sciroppata, con gli scrigni pieni di farina. Un luogo che Dilva descrive così bene, da far emergere nella memoria uno di quei dettagliati quadri fiamminghi di cucine. Solo molto più tardi ho capito che quei topi erano in armonia col nostro creato, dopo aver visto a New York i topi veri, straripare dalle fogne. Certo ho vissuto una vita che sembra uguale, ma era già migliore, perché mancavano per fortuna la fame e la guerra. Forse per via dell’età, ho lasciato che il libro, come una macchina del tempo mi portasse indietro ad osservare in quel bimbo, me stesso, che entro in seminario, come accadeva a chi voleva studiare ed erano sempre le madri a volere per i loro figli un destino migliore, i padri accettavano più supinamente che i figli seguissero le loro orme. Erano le madri a volere emigrare nelle città dove la famiglia aveva più opportunità, pensiamo solo all’assistenza sanitaria, ma erano i padri a soffrire di più la perdita delle radici, la vita della città e della fabbrica. Non a caso  è lei, la protagonista nel libro, la voce solitaria, nel coro della grande famiglia, dove ci sono i nonni e le nonne, io in verità ho avuto solo le seconde, la prima guerra mondiale, seppure in ritardo, si era portata via i due nonni. Poi come in un gioco del destino, nel passato che riemergeva o meglio entrava dalla finestra aperta, ho visto mio figlio frequentare, come Giuliano, l’asilo Manodori, uno degli ultimi allievi, prima della chiusura. Poi mi sono trovato da Presidente della Fondazione Manodori, a gestire questa eredità per dieci anni. Ma ripensandoci, la ragione più profonda per cui il libro mi piaceva non era vederci specchiata un gran parte della mia vita, era perché mi sembrava di aver capito che se non era un libro per bambini e neppure per vecchi nostalgici, di certo era un libro che univa nonni e nipoti, due protagonisti della storia che si rincorrono negli spazi di quella che è la protagonista silenziosa, la casa dei due pioppi.  Un libro che leggerei volentieri ad un nipote, se ne avessi uno, per raccontargli, con la lettura, la mia vita di quando avevo la sua età e capirlo di più attraverso le sue domande e i suoi stupori, rispetto a quel mondo e forse a mia volta sorriderei di una certa sua incredulità e perché no, anche di quel compatimento che i bimbi hanno nel segnalarci il nostro impaccio verso la modernità, ad esempio nell’uso di giochi, per noi molto complessi. Altro che la bicicletta di fil di ferro dello zio Scaro. Dopo avermi trascinato fino in fondo nel pozzo del passato, da cui abbiamo lottato per uscire, per costruire quel futuro migliore che i nostri sognavano per noi, il libro non solo mi restituiva un’età più povera, più semplice, ricca di emozioni, di gioie e soprattutto di speranze, di sogni che si sono in parte avverati, ma liberata dalle scorie dolorose, che ci portano a rimuovere gli anni difficili, per restituirceli, nella luce migliore, come un tramonto in un quadro di Fattori. Il racconto mi apriva la porta di un nuovo futuro, essere maieuti dei nostri nipoti, anche se sono sempre meno numerosi, continuando la catena della vita, dove ogni stagione ha i suoi frutti.

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