Quale futuro per il Myanmar?

sanMentre tutto il mondo ha gli occhi e le orecchie – e se possibile pure la bocca – puntati al “trionfo della democrazia” in Myanmar, pochi stanno veramente capendo quale sarà il prezzo da pagare.

Aung San Suu Kyi in visita Europea, può finalmente pronunciare il suo discorso per il premio Nobel per la Pace di cui fu insignita nel 1991, ma cosa la aspetterà al ritorno?

Per prima cosa prendiamo in esame il nome. Per un italiano mono-lingua forse non fa tanta differenza, ma per i quasi 4 miliardi di anglofoni di prima o seconda lingua, il futuro nome del Myanmar è motivo di dibattito e talvolta di attrito. In Italia la chiamiamo Birmania, ma per i Birmani e non solo, la diatriba è tra il nome Burma e Myanmar. Il nome Burma fu assegnato dagli inglesi durante il periodo della colonizzazione. Il nome Myanmar fu attribuito dalla giunta militare che prese il potere nel 1962. Se non fosse per il modo in cui la dittatura si trovò al comando, che desta forte disappunto in molti ossevatori, il nome Myanmar è certamente più pertinente. Una ricerca veloce su Google restituisce 300 milioni di risultati come Myanmar contro i 100 milioni di Bruma. In sostanza, continuare a chiamare la Birmania con il nome Burma dopo 50 dal cambio in Myanmar, è un po’ come se Mussolini andando in vacanza a Napoli si riferisse al Regno delle Due Sicilie.

Il vizietto di decidere i nomi di città e nazioni, gli anglofoni lo hanno da tempo. Chiedete ad un inglese o ad un americano quale sia la capitale del Vietnam e vi risponderà Saigon, seppure il nome ufficiale sia Ho Chi Min City. Nome che spesso viene rivendicato con orgoglio dai vietnamiti a ricordare le battaglie per la libertà di scelta del proprio governo contro l’invasione statunitense per imporre la democrazia. La storia si ripete pure in India, dove Bombay e Chennai tra le altre grandi città, si sono riprese i nomi originali di Mumbai e Madras.

Nessuno di certo sa cosa succederà al nome Myanmar ora che Aung San Suu Kyi ha stravinto le elezioni. Resta il fatto che tra i 60 milioni di Birmani, quasi il 70% sono di etnia burmese, che in lingua madre, può essere pronunciato Bama o Miama. Da cui Myanmar.

L’altro nodo spinoso è ancora una volta religioso. Qualche anno fa ci furono mostrati i monaci buddisti repressi dalla giunta militare, e tutti quanti ci facemmo meraviglia del coraggio dei buddisti-pacifisti-disarmati nell’affrontare la spietata macchina militare. Ora che la giunta sta per crollare, l’immagine dei buddisti non è più così rosea. Ci è voluta Hollywood a mostrarci il buddismo a senso unico, con “Il Piccolo Buddha” e “7 anni in Tibet”. Ci hanno mostrato la religione perfetta basata sul rispetto e la pace. Quando il Dalai Lama viene in visita ufficiale, lo accogliamo tutti come una star che potrebbe collezionare Premi Nobel come un bravo attore colleziona Oscar. Non bastasse il cinema ci voleva pure Baggio a guidare la schiera di buddisti per caso.

La realtà buddista può sorprendere molti. Di origine nepalese, Siddhārtha Gautama Buddha, abbandonò lo sfarzo e visse una vita morigerata alla ricerca di se stesso. Il buddismo nacque più come una filosofia che come una religione. Quando però il buddismo incontrò la cultura cinese, Buddha venne raffigurato come un trippone sorridente con lunghi lobi alle orecchie. La rappresentazione odierna di Buddha è una specie di idolo porta fortuna, spesso accostato a monete d’oro. L’uomo, non Dio, ha cambiato il buddismo in una serie di regole, semidei, idoli e superstizioni senza un preciso ordine e con tanto spazio per differenti interpretazioni.

In Myanmar, un conflitto etnico-religioso ha già preso piede. I buddisti di etnia Rakhine hanno iniziato il massacro di musulmani Rohingya. Ma vista l’immagine che i media ci hanno fornito negli ultimi 10 anni dei musulmani, e negli ultimi 20 anni dei buddisti, provate a dire a qualcuno che i buddisti in Birmania stanno uccidendo i musulmani, e vi prenderanno per pazzo.

Il terzo fronte di grattacapi è quello economico. Cadute le barriere all’ingresso, ora si procede con la logica dell’ “avanti, c’è posto”. Coca Cola ha annunciato l’interesse a ricominciare la vendita in Myanmar dopo l’embargo imposto per decenni a mo’ di sanzione. Al di là del fatto che suoni come una barzelletta, è una chiara dimostrazione di quanto schiavi del capitalismo siamo diventati, tanto da poter minacciare una nazione al grido di: “O cambiate governo o vi togliamo la Coca Cola”.

La Federazione delle Imprese di Singapore (18 mila aziende iscritte) ha già organizzato diverse “spedizioni” ad esplorare le opportunità commerciali e finanziarie in Myanmar. Chiunque parli di business nel Sud Est Asiatico nelle ultime settimane, non può fare a meno di parlare di Myanmar. Ad osservare bene sembra una di quelle scene da documentario della National Geographic, dove gli sciacalli aspettano che l’animale ferito non abbia più difese per impossessarsi della carcassa. Il Myanmar è ora debole. Debolissimo.

La futura Primo Ministro Aung San Suu Kyi è crollata in diretta per la pressione dei giornalisti e ha vomitato davanti alle telecamere. Questa è la donna chiamata a guidare la rinascita della nazione.

Buon premio Nobel signora Aung, ora i nodi venrranno al pettine.

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