PNL e psico-cazzate per manager (parte 1)

coach All’inizio c’erano solo quei motivational coach e trainer che copiavano Tony Robbins e Richard Bandtler dall’America e si vendevano come esperti di PNL, programmazione neurolinguistica, vale la pena ricordare Roberto Re, autore di un libro di successo e di una trasmissione “Leader di Te Stesso” che lo ha reso popolare e altri come Livio Sgarbi, lanciato da un endorsment del concittadino Carlo Ancelotti e resosi “impopolare” con le figure barbine nello show “Campioni” dove la Gialappa’s band lo prese di mira definendolo “l’immotivatore”, cosa che non gli ha nuociuto, visto i costi attuali dei suoi corsi di formazione.

Insieme a questi “master trainer”, “master coach”, “supermegamaster practicioner” “sono-dio-in-terra pnl master super-ganzo”, sono spuntati coach e maestri, counselor e fenomeni improvvisati in ogni angolo d’Italia.

Il business di questi corsi che nascono come motivazionali, ma che ormai si spingono a vendere qualsiasi expertise che non hanno, si basa su due mercati:

il primo è quello di gente influenzabile e un po’ disperata (la prima è caratteristica comune di oltre metà italiani e la seconda pure, ma accentuata dalla crisi) che trova la forza del “gruppo” più che dei contenuti, che ha bisogno di guru, di farsi guidare, di bersi qualsiasi cosa.

Che la cosa sia valida o meno non fa differenza, le persone vanno lì per bersela. Inoltre molti di questi corsi danno poi la chance a chi ci butta dentro parecchi quattrini e coinvolge parenti, amici e altri “clienti” di diventare a sua volta “coach” e titoli affini, tanto nessun albo regola un bel nulla, col risultato che per alcuni diventa pure un modo per sbarcare il lunario.

Il secondo è la formazione aziendale ed è qui che io mi preoccupo seriamente e mi domando se oltre che essere governati da politici cialtroni, non abbiamo un management aziendale di rincoglioniti totali, dato che vedo teste di cinquantenni chine a prendere appunti mentre un “coach” col microfonino alla “Amici” sul palco spara massime motivazionali che un ragazzino delle medie con un minimo di senso critico se ne andrebbe fuori al bar a farsi un caffè.

 Tant’è, questi corsi vendono che è una bellezza. In diversi casi hanno anche dei contenuti, ma semplicemente sono venduti a tre volte il valore di quei contenuti che tutto sommato sono qualcosa di ordinario. Per quel che riguarda i corsi outdoor, vela, avventura, camminate sui carboni a destra e a manca, per me li commissiona il dirigentino di turno che deve andare a trombare con qualche dipendente una settimana fuori casa, senza rogne dalla moglie.

Quelli d’aula sono invece più difficili da spiegare, probabilmente nelle grandi aziende è prassi erogare formazione a prescindere, e dati i numeri elevati di dipendenti, servono tanti formatori quindi si crea un bel mercato da sfruttare all’italiana, ossia col criterio di chi è più bravo ad acchiapparsi l’appalto con giri e conoscenze, oliando gli ingranaggi giusti. Idem per gli enti di formazione e per il settore pubblico e così dai una volta, dai due, se ti crei il giro, poi vendi anche il corso per grattarti la borsa.

CONTINUA…

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