“Nemesi” di Philip Roth

nemesis“… Io sono contrario a spaventare i ragazzini ebrei. Sono contrario a spaventare gli ebrei, punto. Quella era l’Europa, ed è il motivo per cui gli ebrei sono scappati. Questa è l’America. Meno abbiamo paura meglio è. La paura ci rammollisce. La paura ci degrada. Far sì che si abbia meno paura…questo è il compito tuo, e il mio

Così Roth parla attraverso l’io narrante, condensando in poche righe la complessa narrazione che si lega al popolo ebraico, e l’accusa terribile di eventi che “gli altri” non hanno saputo evitare, lasciando un segno in generazioni lontane -nel tempo e nello spazio- di quegli avvenimenti.

Quando ci si domanda dove sta la grandezza di questo straordinario scrittore, troviamo la risposta nella profonda densità di questa scrittura. Con questo romanzo, egli ritorna al suo amato New Jersey.

Il teatro delle vicende si sviluppa a Newark, la città dove vive una forte comunità ebraica. Il protagonista è un giovane e vigoroso atleta. Siamo agli inizi degli anni 40; la guerra è in corso e infurierà sempre di più sul fronte europeo e su quello giapponese. Buchy, così lo chiamano tutti, è stato tuttavia scartato quando vuole partire con i suoi amici più cari a combattere nel teatro di guerra europeo: è affetto da forte miopia, handicap che ne segna una delle tante difficoltà di vivere la sua prorompente vitalità. Famiglia ebrea, padre ladro ed assente, madre morta nel partorirlo, nonno stupendo che lo alleva: tutti morti,prima delle vicende del romanzo. Rimane una nonna con cui vive, che lo circonda di un amore tenero, peraltro ricambiato. Buchy si adatta a fare l’istruttore sportivo in un campo frequentato da bambini ebrei come lui. Nella città le etnie vivono in quartieri separati e non si frequentano fra di loro. E’ un allenatore coi fiocchi, perché, pur essendo piuttosto basso è un vero atleta che eccelle in tutti gli sport.

Il romanzo comincia così: “Il primo caso di polio quell’estate si verificò agli inizi di giugno, subito dopo il Memorial Day, in un quartiere italiano povero all’altro capo della città rispetto al nostro”

Da quell’incipit, Roth, ispirandosi ad una epidemia di polio davvero esplosa in quell’area, ci conduce per mano attraverso le varie fasi di questo progressivo espandersi della malattia che colpisce prevalentemente i bambini. Buchy vive questo subdolo espandersi dell’epidemia a partire proprio dei suoi allievi e si prodiga, con un istinto quasi atavico,nel combattere inanzitutto la paura che comincia a serpeggiare tra i piccoli e le loro famiglie. La ragazza che ama, figlia di un medico, anch’essa ebrea, si trova in un sito di montagna, lontano dal focolaio della polio; che, quando le cose precipitano, invita con forza Buchy a licenziarsi e a venire a proseguire quel lavoro in quel magico mondo da scout in cui lei già si trova per svolgervi la stessa attività.

Il racconto si divide in tre capitoli. Il primo dipana il lento ma inesorabile crescendo della paura del contagio tra la gente, fino all’isteria generale della caccia all’untore (do you remember la manzoniana peste di Milano?), in una Newark devastata dal caldo e dal virus.

Nel secondo Roth ci sposta nell’ “alpino” campus frequentato dai figli degli happyes, tra ossigenate e fresche radure, dove i ragazzi e gli istruttori giocano a far finta di essere esonerati dai malefici miasmi della pianura. E dove, tuttavia, arriva, ad interrompere il tenero idillio tra Buchy e Marcia, la sua fidanzata,l’ombra sinistra dell’epidemia.

Il terzo capitolo è quello che dà il senso al titolo del romanzo, con il quale lascio al lettore scoprire l’evoluzione psicofisica del protagonista che Roth descrive, e dove ritroviamo Buchy ormai cinquantenne e solo con i suoi fantasmi e la sua rabbia.

In meno di duecento pagine, i temi in cui l’autore ci coinvolge sono molteplici e tutti toccano profondamente i luoghi simbolici del nostro rapporto con la vita: la famiglia, il sesso, la malattia, i contesti sociali in cui certe cose accadono, la morte dei cari. E soprattutto il rapporto con Dio. Buchy perde lentamente la fiducia nel Dio onnipotente che la sua religione gli ha inculcato. Sembra che per un ebreo sia ancora più blasfemo maledire quel dio che se la prende con i bambini, innocenti vittime della polio. Con la ribellione di Bchy al suo Dio, il protagonista finisce per ritorcere la sua disperazione contro sé stesso, autoaccusandosi di essere l’inconsapevole “untore” che semina la morte o la paralisi di chi ne viene colpito attraverso il contatto con lui .

Dopo qualche romanzo minore, Philip Roth ritorna, in quest’ultima opera, alla grandiosa scrittura di cui è capace, dandoci, secondo quanto da lui dichiarato, l’ultima, estrema testimonianza, della sua pessimistica visione del mondo. Pietas e crudele rappresentazione delle vicende umane che accompagnano il nostro vissuto, trovano in “Nemesi” l’equilibrata sintesi del grande romanzo.

“ Nemesi”  Ed. Einaudi, pagg 183, euro 13

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