Marmellata di culture

Irragionevole qualsiasi tentativo di ragionare su una ragione logica, ideologica, culturale o storica che possa avere indotto un giovane invasato e spregiudicato a compiere i fatti del 22 luglio ad Oslo. Follia pura, pari a quella del mostro assassino. Su ciò che va condannato senza mezze misure e stupidi intellettualismi omettiamo quindi di filosofare, a differenza di quanto i media hanno osato fare nei giorni passati. Proviamo piuttosto a ragionare sui tragici pensieri sulla tragedia della commissaria europea agli affari interni, che molto possono spiegarci dei disagi che cittadini ed immigrati vivono ogni giorno in terra di Europa, a causa del fraintendimento atomico sulla concezione stessa di integrazione. Dice, la commissaria Malmström, che “oltre a condannare le discriminazioni e i delitti, bisogna spiegare di più i benefici del multiculturalismo, dell’integrazione”. In tale implicita assimilazione di due opposti che mai potranno attrarsi sta il vizio genetico di una ideologia che tanto ha nuociuto alla reale solidarietà e convivenza fra i diversi popoli che animano e abitano il nostro continente: il multiculturalismo sta all’integrazione come la negazione sta all’affermazione, assimilarli significa che tutto è uguale, che nulla vale. E’ la cultura del relativismo e del nichilismo che costringe un popolo a stare insieme nel nome di una moneta, piuttosto che a desiderare di essere unito in nome di valori condivisi e di una comune matrice identitaria. Tanti in fondo posso essere gli alibi o gli istinti che portano allo stare insieme, in vari contesti: farsi compagnia, paura della solitudine, mescolarsi, confondersi, nascondersi, fare il lupo o la pecora o il cane pastore nel gregge. Una sola è invece la vera ragione per stare insieme: convivere,vivere insieme. Vale in politica, come in economia e nella vita vissuta. Vivere insieme non significa fare un passo indietro dopo l’altro, per lasciare sempre più spazio all’altro, rinunciando allo spazio vitale per sé. Non vuol dire rinnegare l’io in nome del tu, per non scomodare l’io e il tu; non è dire di sì a tutto per quieto vivere, non significa rinunciare alla propria identità per vivere dell’identità dell’altro, non significa riempire il proprio vuoto con qualcosa d’altro, non importa cosa, purchè riempia quel vuoto. Convivere significa dire di sì a ciò che siamo e ciò che gli altri sono, giocarsi e mettersi alla prova nelle diversità, significa saper riconoscere pienamente il senso di accogliere e di essere accolti, significa pensare ai diritti in funzione delle responsabilità derivanti dalla convivenza nelle diversità. Integrazione è vivere insieme pienamente, multiculturalismo è stare insieme senza motivo ed a tutti i costi, qualunquemente, come direbbe un noto comico. Dalla politica, alla filosofia, alle comiche. Pare smarrita la strada del ragionamento, ma la meta ci riporta sulla retta via: la civile convivenza e la sana solidarietà hanno bisogno di regole, di responsabilità, di identità. Il multiculturalismo ripudia le regole, scansa le responsabilità, annienta l’identità. Il multiculturalismo è frullato di tortelli e bignè, è cocktail di lambrusco e barbera. Il multiculturalismo è marmellata di realtà differenti, confonde i sapori ed i gusti della realtà, stravolgendoli. Così nell’era del multiculturalismo un folle può essere chiamato fondamentalista cristiano, i fondamentalisti diventano multiculturali, i multiculturali li chiamano democratici, i conservatori sono più fondamentalisti che democratici. Un vero e proprio caos: è questo il risultato ed il fine ultimo del multiculturalismo, tendenza alla confusione perché ci sia un alibi per governarla. L’integrazione vive invece di certezze e positività, non è il frutto di una strategia ma la naturale conseguenza del vivere insieme, è la sana ragione – non l’alibi vizioso – delle differenze e delle diversità. Un Europa è possibile e sostenibile se fondata sull’integrazione, se costruita sulla convivenza. Curioso pasteggiare a tortelli e brunello, che buono il kebab con la coca-cola. Niente male la baguette con il wurstel. L’integrazione è armonia di sapori, è assaggiare le differenze, è curiosità del diverso. Cosa c’entra la cucina? Stiamo di nuovo smarrendo la via del nostro ragionamento? Nient’affatto. Immaginate cosa sarebbe stata l’Europa se Prodi, Schröder, Blair, Zapatero e i padri stessi di Stontelberg avessero pensato all’Europa come ad una catalana di integrazione, anziché ad una marmellata multiculturale. Non avremmo potuto di certo escludere le stragi, perché alla follia purtroppo non c’è limite né rimedio. Ma certamente sarebbe stata meglio gestita la crisi greca, come la guerra libica e le sue tragiche conseguenze.

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