Lettera a un uomo che ha violentato la “sua”donna

Di Marcello Veneziani

Alla fine resta solo il rito di rabbia. Cortei, slogan, striscioni e tatuaggi, paginate televisive e cartacee per raccontare come tante altre volte, la reazione corale e plateale delle donne alle violenze che subiscono ogni giorno. E mentre loro manifestavano, altre donne venivano violate e uccise.

A giudicare dai risultati queste mobilitazioni servono a poco, perché non dissuadono affatto i violenti dalle loro azioni aggressive. Si potrebbe perfino statisticamente dimostrare che l’escalation di violenze subite dalle donne cresce di pari passo con le denunce mediatiche e politiche, le leggi sul femminicidio e le mobilitazioni femministe. E non serve nemmeno l’obbrobrio giuridico di considerare il femminicidio più grave di un assassinio verso qualunque uomo. Semmai le violenze più efferate riguardano i bambini, i vecchi e i disabili.

Non voglio rivolgermi alle donne, alle vittime reali o potenziali di violenze sessiste, manifestando la mia convinta ma vana solidarietà. Non mi interessa capitalizzare e veicolare politicamente la loro rabbia. Vorrei invece rivolgermi direttamente a loro, gli aggressori, e a lui, al Mostro, reale o potenziale, come di solito non si fa.

Vorrei dirgli in primo luogo: tu non fallisci come uomo, se la tua donna vuole lasciarti, se la tua donna vuole avere un mondo suo indipendente, da te, e nemmeno se ti ha tradito. Tu fallisci come uomo se davanti a questa situazione non hai la forza, il coraggio, l’orgoglio di andartene, di ridefinire la tua vita, di guardare altrove e di interrompere un rapporto che vedi viziato, sbagliato, malsano. È lì il tuo vero coraggio. Nella forza di andartene e di cercare altre situazioni, altre persone, o semplicemente di coltivare la tua solitudine o magari di sublimare le tue pulsioni aggressive in attività meritevoli e feconde.

Certo, hai anche un’altra soluzione: accettare la tua donna così com’è o cercare di persuaderla col ragionamento a ripensarci. Ma se non ce la fai, se non ci riesci, se non hai argomenti convincenti o reputi che lei sia refrattaria, cocciuta, inespugnabile, e tu sia irascibile e incontrollabile, la tua dignità prima ancora che la tua utilità, ti impongono di fare una cosa: mollare, chiudere quella porta.

Mi rendo conto che le cose si fanno più complicate per il mondo che avete in comune, in primis se ci sono figli, poi i famigliari, magari la casa, il mutuo da pagare, le amicizie, il lavoro. Ma se il rimedio di lasciare in questa situazione è una sconfitta, un guaio grave, la soluzione violenta se non uxoricida è un fallimento irreparabile, una tragedia trina: sua, tua e di terzi (figli in testa). Qualunque altra soluzione, anche pesantissima, è meglio di quel gesto finale.

La reazione violenta è esattamente il contrario di quel che senti e pensi: non stai riaffermando il tuo potere maschile sulla donna, non stai ribadendo la tua egemonia nella paura che incuti, non stai dimostrando gloriosamente che “qui comando io”; al contrario stai certificando la tua dipendenza da lei, la tua debolezza e più in generale la tua inferiorità nei confronti delle donne. La gelosia, soprattutto quando è patologica, è una schiavitù, una soggezione, non è l’affermazione di un possesso ma la rivelazione di essere posseduti.

Non sai rassegnarti a perderla e reagisci così, come un bambino che si sente abbandonato da sua madre, ma a differenza di un bambino, tu non manifesti il tuo dolore piangendo o incapricciandoti, ma avendo la forza a tua disposizione, aggredisci o elimini chi non vuol essere come tu vuoi. È quello il fallimento della virilità, amico mio, è quella la dimostrazione che non hai autonomia sovrana. Ogni schiaffo, ogni pugno, ogni coltellata che le dai è uno schiaffo, un pugno, una coltellata al tuo onore; è una rivelazione della tua fragilità, della tua incapacità di vivere senza di lei, della tua sottomissione psicologica a lei. Che è la peggiore, anche se poi reclama al contrario, come si fa nelle società islamiche, la sottomissione pratica di lei. Denota la peggiore delle impotenze, che è l’impotentia vivendi. Altro che potere. Un amore che regge sul ricatto, la paura e la minaccia non è amore ed è già fallito. Allontanati, piuttosto, e quando hai un impulso a reagire, chiudi la porta, distaccati, vattene; fatti un giro se serve per sbollire, fatti un viaggio se serve per decantare; o cambia la tua vita in modo definitivo, se l’allontanamento provvisorio non ti serve.

Tu dirai, è facile dirlo, prova a vivere queste situazioni. Ciascuno di noi ha vissuto non dirò le stesse identiche situazioni, ma le premesse, i segni di un rapporto lacerato, o che stava lì lì per esplodere. Ma si è tirato fuori in tempo, ha preso iniziativa, nel senso che ha cercato un’altra donna con cui vivere con maggior empatia; o ha saputo digerire, dimenticare, superare riuscendo a ricucire il rapporto incrinato o spostandolo su altri piani.

Per farlo, però, devi saperti distanziare dai fatti immediati e vedere le persone intere e non solo per un episodio o per il loro presente; il segreto dei rapporti umani è non esaurire una persona in un’azione e in un momento, ma sempre considerarla in tutto il suo contesto, nella sua storia, nell’insieme dei rapporti con te, nel complesso della sua vita. Di solito i gesti estremi nascono quando isoli dalla vita, sua, tua, d’altri, un momento, un particolare, un impulso e a quello reagisci. E lì sono dolori, per tutti.

So che le motivazioni delle violenze alle donne sono anche d’altro tipo. Per esempio l’amante che non vuol essere lasciata e ti ricatta o più drammaticamente e più incolpevolmente ti dice che aspetta un bambino, mentre tu sei sposato e hai figli. Ma anche in quel caso, la morte non è l’estremo rimedio, ma c’è sempre un altro rimedio meno drastico di uccidere il nascituro, lei o ambedue. Insomma, ti direi semplicemente: Fai l’uomo. In quel semplice avvertimento c’è il rispetto verso le altre persone, il coraggio di guardare in faccia la realtà, c’è la tua umanità, i tuoi limiti, il tuo onore e la tua dignità. Fai l’uomo, non torcere un capello alla “tua” donna.

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