La truffa dei diamanti pesa per 300 milioni sui conti di Banco Bpm. Ma l’inchiesta non è ancora chiusa

  • Giovanni Pons Andrea Sparaciari

Banco Bpm, l’istituto nato nel 2017 dalla fusione tra l’ex Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, sta uscendo faticosamente dallo scandalo della truffa dei diamanti. Proprio nei giorni scorsi ha lasciato la banca Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco Popolare dal 2008 fino alla fusione, per motivi personali. Saviotti dopo l’integrazione con Milano aveva lasciato il timone del nuovo gruppo in mano a Giuseppe Castagna per ritagliarsi uno spazio da presidente del comitato esecutivo. Ovviamente non è dato sapere se l’addio di Saviotti, peraltro 77 enne, abbia qualcosa a che fare con lo scandalo dei diamanti, ma è un dato di fatto che il banchiere era al vertice del Banco Popolare proprio nel periodo in cui, secondo le indagini della procura, le vendite truffaldine ai danni dei clienti si sono verificate, e cioé tra il 2003 e il 2016. Tuttavia Saviotti non risulta indagato da tale inchiesta benché appaia in diverse intercettazioni e abbia firmato un contratto incriminato per conto della banca che dirigeva.

Bpm dal canto suo, sta cercando di porre rimedio alla brutta situazione venutasi a creare stanziando soldi a favore dei truffati e cercando di risolvere caso per caso le difficoltà dei clienti. Nel 2018, infatti, a quanto si apprende dalla relazione di bilancio, il numero dei reclami è letteralmente esploso, passando “dai 1250 del 2017 a 13.300 con un petitum complessivo cresciuto da 43 a 430 milioni“. A seguito di ciò la banca ha accantonato nel 2018 275,3 milioni in più facendo salire le risorse finanziarie “complessivamente messe a disposizione del gruppo a 318,3 milioni“. E permettendo ai clienti di ottenere un risarcimento anche se temporaneamente non in possesso delle pietre, in quanto queste sono stivate nei caveau della Idb, la società al centro della truffa e dichiarata fallita nel gennaio di quest’anno.

Fatto sta che la Bpm in Borsa nell’ultimo anno ha perso il 57% del suo valore, non certo solo per lo scandalo diamanti, ma quest’ultimo non ha sicuramente contribuito a migliorare la fiducia degli investitori verso la gestione della banca. Solo la settimana scorso il titolo ha lasciato sul terreno un 10% nonostante il calo dello spread sotto i 200 punti che in condizioni normali influisce positivamente sui prezzi dei 20 miliardi di titoli di Stato presenti in portafoglio. Il 6 agosto verranno presentati i dati semestrali e a quel punto si potrà tirare qualche conclusione sull’andamento dell’esercizio in corso.

Intanto vale la pena ricordare cosa hanno fin qui scoperto i magistrati sul funzionamento della truffa dei diamanti e sul coinvolgimento delle banche in tale meccanismo truffaldino.  L’inchiesta non ha infatti riguardato solo il Banco Bpm e la sua controllata banca Aletti ma anche la crème della finanza milanese, ma anche le strutture di Intesa SanPaolo, UniCredit e Monte dei Paschi di Siena. Tutte queste banche erano in affari da anni  con la Intermarket Diamond Business S.p.a. (IDB S.p.A.) e la Diamond Private Investment S.p.a. (DPI S.p.A.), le società che all’epoca dei fatti – parliamo del periodo tra il 2003 e il 2016 – si spartivano il mercato dei “diamanti da investimento” italiano. Il Banco Bpm e UniCredit “collaboravano” esclusivamente con la IDB spa, mentre Banca Intesa Sanpaolo e Mps avevano un rapporto preferenziale con DPI spa.

Secondo i pm, importanti manager degli istituti di credito, scientemente, impartivano ordini ai propri funzionari affinché “spingessero” i propri clienti – quelli più fedeli e danarosi – ad acquistare “diamanti”. La direttiva era di spacciarli come bene rifugio per eccellenza, dagli ottimi rendimenti – promettevano il 5% annuo – e rivendibili in ogni momento. Peccato però che quelle pietre fossero sovrastimate anche del 50% rispetto al loro valore reale e che fossero impossibili da rivendere.

Un giochino fraudolento che ha tratto in inganno migliaia di risparmiatori, tra i quali anche molti vip, come il cantante Vasco Rossi, che in tre tranche arriva a investire 2.563.981 euro, o l’industriale Diana Bracco(974.700 euro complessivi), o, ancora, le showgirl Federica Panicucci (54.900 euro) e Simona Tagli (29.825euro).

 A spezzare un idillio durato 13 anni, è stata l’indagine dell’Autorità garante per la Concorrenza che nel gennaio del 2017 condanna tutti, banche e società, per pratiche commerciali scorrette, stabilendo sanzioni per un totale di 15,35 milioni di euro. Poi è intervenuta la trasmissione “Report” e quindi l’inchiesta della Procura di Milano, la quale, in attesa del processo, ha ottenuto un maxi sequestro cautelativo da oltre 700 milioni di euro complessivi.

Pesantissime le accuse ipotizzate: truffa aggravata e continuata ai danni di migliaia di consumatori, autoriciclaggio e impiego di denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita (i profitti della truffa), ostacolo alle attività di vigilanza (Agcm e Banca D’Italia), corruzione tra privati e illeciti amministrativi.

L’istituto più colpito dalle indagini è il Banco Bpm, i cui vertici sono stati terremotati dall’inchiesta e da un’indagine interna compiuta dalla banca dopo che lo scandalo è esploso. Tra gennaio e febbraio 2019 hanno perso il posto l’allora direttore generale Maurizio Faroni, l’ex responsabile pianificazione e marketing retail Pietro Gaspardo, l’ex responsabile compliance Angelo Lo Giudice e il capo dell’audit Sergio Sorrentino. Ma tra gli indagati risultano anche Andrea Mencarini, allora responsabile pianificazione e marketing del Banco Bpm in seguito passato a Nexi, Maurizio Zancanaro, dg di Banca Aletti e Franco Dentella, sempre di Banca Aletti.

Per avere un’idea dell’entità della supposta truffa, basti dire che grazie all’accordo illecito che lo legava alla IDB,Banco Bpm avrebbe incassato tra il 2012 e il 2017 insieme alla controllata Banca Aletti 90.951.089 euro, mentre Idb avrebbe realizzato profitti per 149.184.544euro. In seconda posizione quanto a provvigioni appare Mps con 41.411.476 milioni ricevuti dalla Dpi tra il 2013 e il 2017. Terzo posto di questa speciale classifica per Unicredit che tra il 2012 e il 2016 incassa da Idb 35.568.080 euro. Infine Intesa Sanpaolo che in soli due anni (tra il 2015 e il 2017) da Dpi riceve 12.650.060 euro di commissioni per la vendita di diamanti.

A capo della Intermarket Diamond Business S.p.a. (Idb spa) c’era la ex collaboratrice di Michele Sindona, l’argentina Antinea Massetti De Rico, la quale ha gestito la società da lei fondata fino al 2011, quando fu vittima di un misterioso incidente che la rese un vegetale (scivolò all’ingresso di un bar, sbattendo la testa ed entrando in coma), fino alla morte avvenuta nel 2017. Da allora, il timone era passato a Claudio Giacobazzi, manager poi morto suicida nel 2018, affiancato dal notaio Franco Novelli, oggi sotto inchiesta sia per la questione diamanti, che per truffa ai danni proprio della Massetti, in un procedimento collegato altrettanto incredibile.

A guidare La Diamond Private Investment S.p.a. (Dpi spa), invece, Maurizio Sacchi con la figlia Eleonora, affiancati da Mario Baldassarri, economista, già vice ministro dell’Economia e delle Finanze e senatore di Forza Italia.

 Ma cosa prevedeva materialmente l’accordo? Secondo i giudici, in cambio di una percentuale molto alta, oltre il 15%, sull’investimento, gli istituti di credito dovevano ingannare i clienti mentendo:

  • “sulla natura finanziaria del bene acquisito”;
  • “sull’esistenza di un mercato ufficiale dei diamanti”;
  • “sulla possibilità di negoziare le pietre preziose su circuiti finanziari regolamentati”.

Ma, forse, la menzogna più grave riguardava il prezzo delle pietre preziose. I clienti erano convinti che quanto da loro pagato corrispondesse al valore reale della pietra, perché in sede di trattativa non veniva detto nulla circa le voci che componevano il prezzo finale. Dai funzionari delle filiali veniva infatti taciuto che quel prezzo ricomprendeva l’Iva, le commissioni delle banche, i costi sostenuti dalla società venditrice, tra i quali l’assicurazione, il deposito, ecc…

Una ulteriore menzogna era anche il rendimento garantito: per convincerle, alle vittime venivano mostrati dei grafici – pubblicati su “Il Sole 24 Ore”- , nei quali erano riportati “rendimenti annui garantiti compresi tra il 2% e il 5%”, e comunque “superiori all’inflazione, ai titoli di stato e all’oro”. Ma si trattava di semplici pagine pubblicitarie pagate da Idb e Dpi, e i grafici spacciati per “quotazioni” dei diamanti, erano semplici listini prezzi delle pietre.

Insomma, quello venuto alla luce era un sistema scientificamente elaborato per truffare gli investitori,basato sulla diffusione capillare all’interno di migliaia di filiali bancarie italiane di brochure e materiale divulgativo nel quale si magnificavano i “diamanti d’investimento”.

Un giochino assai redditizio per gli istituti di credito, come hanno testimoniato gli stessi dipendenti degli stessi, raccontando ai giudici anche le fortissime pressioni che subivano dai vertici affinché “spacciassero” le pietre farlocche, essendo esse “una fonte di alta redditività per la banca. Le percentuali di “ritorno”, infatti, rappresentavano un vantaggio economico che altri prodotti finanziari difficilmente avrebbero potuto replicare”, annotano i pm.

“La filiale percepiva una commissione di circa il 15% del controvalore acquistato dal cliente. Per cui, quando Vasco Rossi ha acquistato un milione di euro, alla filiale sono arrivati 150 mila euro …”, mette a verbale il bancario Guido Traldi. Naturalmente della percentuale per la banca i clienti erano tenuti debitamente all’oscuro.

Inoltre, le banche, forti del loro sodalizio pluriennale con Idb e Dpi, potevano contare sulle due società quando avevano bisogno di fondi, un vero paradosso. Nel 2016, per esempio, i vertici del Banco Popolare sono preoccupati perché nel mese di giugno non avevano raggiunto l’ammontare di commissioni sperato sui diamanti. Chiedevano così alla Idb un’una tantum da oltre 4 milioni di euro, che la società versa senza batter ciglio. A trattare la questione, Saviotti, Gaspardo e Mencarini. Gaspardo, intercettato, spiegherà così la manovra: “(…) questo si riferisce sostanzialmente a delle addizionali commissionali che Idb c’ha pagato nel mese di giugno, pertanto in tempi non sospetti, quando non c’era nessun cazzo di casino, ti ricorderai che quel mese di giugno eravamo più bassi di commissioni eccetera, con il buon Savioti, abbiam detto, mah, l’unica cosa che possiamo provare a fare è chiedere dei soldi in più a Idb,visto che non glieli abbiam mai chiesti, e questa ce li ha dati una tantum. Una tantum, legato alla storicità della relazione e alla solidità della produzione”.

Non solo: le intercettazioni svelano come Idb sia stata “costretta” a sottoscrivere gli aumenti di capitale sia di Banco Bpm che di Unicredit. La società infatti “ha aderito all’aumento di capitale di UniCredit, avvenuto nel 2012, acquistando il 20/01/12, 1,2 milioni di diritti di opzione della banca del valore nominale complessivo pari a 2.354.055 milioni, e sottoscrivendo 2,4 milioni di azioni UniCredit versando 4.663.200 euro, così arrivando a una partecipazione complessiva del valore pari a 7.017.255 milioni nominali, azioni poi dismesse già dopo qualche mese”. Idb ha anche aderito all’aumento di capitale del Banco Popolare del 2014, acquistando “una partecipazione complessiva nel Banco popolare pari a 450.953 euro”. Così come  sottoscrive anche quello del 2016 per complessivi 365.535 euro, arrivando a 499.689 euro totali. Al momento del sequestro giudiziario, “la società risultava avere una partecipazione per un totale complessivo di 7.967.898 euro (950.643,08 euro per il Banco BPM e 7.017.255 euro per Unicredit).

In una telefonata intercettata a giugno 2016 Giacobazzi spiega al suo commercialista che la decisione di aderire all’aumento di capitale del Banco Bpm è stato imposto dai vertici della banca come condizione per stipulare il futuro accordo: “Abbiamo deciso più o meno volontariamente di aderire massicciamente all’aumento di capitale del Banco Popolare. Sono arrivati con una calibro 9, me l’hanno puntata alla tempia… M’hanno detto: “firma qui”. No, io non ho ancora firmato, però è come se lo avessi fatto. Allora, in sintesi, dovevamo dare un segnale anche in virtù del futuro accordo con B.P.M.Poi c’è un piano strategico ben più ampio”.

 Regali a favore di alcuni dirigenti bancari

Ma a guadagnarci in prima persona erano anche gli stessi manager ai vertici delle banche, gli stessi che dal 2003 firmano in successione accordi con le due società dei diamanti a nome dei propri istituti di credito fino al 2016. Si tratta di amministratori delegati e di direttori generali, come riporta l’informativa della GdF. del 24-7-2018. Per il Banco Popolare e il Banco BPM, per esempio, gli accordi sono stati firmati da:

– Maurizio Faroni, quale ad di Banca Aletti (accordo del 23/6/03);

– Maurizio Zancanaro, dg di Banca Aletti (accordi del 3/07/08, 23/09/11, 10/02/09 e 26/01/17),

– Andrea Mencarini, Responsabile Divisione Retail del Banco Popolare (accordo 28/04/14),

– Pietro Gaspardo, quale Responsabile Pianificazione e Marketing Retail del Banco Popolare (accordi del 27/04/16 e del 21/12/16),

– Pier Francesco Saviotti (accordo del 27/04/16 con IDB).

Come compenso, sostengono gli inquirenti, i manager avrebbero ricevuto regali per almeno 99 mila euro, soggiorni in hotel di lusso con spa (è certificato un weekend per due persone all’Hotel Abano Ritz di Abano Terme, con pensione completa e pacchetto benessere, in junior suite offerto da IDB a un manager Bpm), reperti archeologici. Nel computer di Giacobazzi sono stati ritrovati diversi file dai nomi indicativi come “Lista regali natale”, “Lista regali natale 2”, “Elenco nomi regali archeologici 2015”, “Regali archeologici 40 anni”, “Lista regali” ecc… Tra i beneficiari, la Gdf ha identificato i nomi di Faraoni, Saviotti e Gaspardo. Sono state anche individuate due donazioni per 150 mila euro complessive effettuate dalla Idb a favore dell’associazione “Amici di Francesco Onlus”, della quale Faroni era presidente.

Certo l’inchiesta non è ancora terminata dunque è presto per trarre conclusioni. Ma la sollecitudine con cui le banche e in particolare Banco Bpm sono corse a risarcire i clienti fa pensare che la polvere sotto il tappeto sia molta. E forse non è stata ancora del tutto sollevata.

 

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