La tragedia dell’ignoranza musicale in Italia (2)

Proseguiamo il nostro precedente articolo sulla criticità dell’incultura musicale in Italia, che personalmente riteniamo elemento grave ed esiziale per la tenuta anche civile del nostro tessuto sociale. Ma perché mai? ci si chiederà… Vediamo: prima della rivoluzione nell’istruzione che forse riuscirà a causare Sir Ken Robinson (vedi altro nostro articolo di domenica 11 settembre) in chissà quale lontano futuro e dopo quella che con la prima Rivoluzione industriale instaurò un’istruzione per tutti (quasi) sostenuta con risorse pubbliche, c’era stata quella di Carlo Magno nel periodo detto della “rinascenza carolingia”. L’imperatore franco, da analfabeta, istituì scuole vicino a monasteri e abazie dando vita con determinazione a una ripresa culturale diffusa. Il processo ebbe come atto fondante simbolico l’istituzione della Scuola palatina, presso il palazzo reale di Aquisgrana. In questo luogo, in un rinnovato interesse per gli studi classici, fu favorito l’insegnamento delle arti secondo il trivium e il quadrivium. Sapete cos’erano? Erano una divisione delle scienze escogitata dagli antichi nella convinzione che nella Grammatica, la Retorica e la Dialettica da un lato, nella Geometria, l’Aritmetica, l’Astronomia e la Musica dall’altro fosse compreso tutto il sapere che l’uomo può acquisire, al di fuori della Rivelazione. Esatto avete letto bene: geometria, aritmetica, astronomia e MUSICA.

Non scenderemo in particolari troppo tecnici, ma tentiamo di far almeno insospettire i lettori più curiosi su come la competenza musicale possa richiedere fondamenti culturali e spessore intellettivo non banali. Facciamo solo un piccolo e nudo elenco di punti che riguardano l’attività di un musicista: padronanza della lettura della scrittura musicale, padronanza di uno di uno strumento (per chi suona), padronanza della composizione (per chi scrive), comprensione della polifonia (sovrapposizione indipendente delle parti), andamenti armonici (modalità, tonalità e gli accordi), ritmo, dinamiche (l’intensità di suono), forme musicali (sinfonia, toccata, sonata, fuga, rapsodia, fantasia, minuetto, valzer, giga, concerto, ecc.), combinazioni dei timbri degli strumenti, tecnica e possibilità espressive di ogni diverso strumento, conoscenza della poetica di ogni autore per saperlo interpretare correttamente, codici estetici e contesto culturale del suo periodo storico, fisica acustica, psicologia e aspetti della percezione psicoacustica, implicazioni intellettuali e filosofiche legate a ogni tipo di composizione in base all’autore e al periodo in cui è stata scritta, rapporti tra parola e musica, conseguenti competenze letterarie e poetiche, sviluppo di una “sensibilità” uditiva, emotiva, sensoriale, capacità di ascoltarsi criticamente mentre si suona, di ascoltare mentre si sente suonare, pensate a cento strumenti diversi che suonano una sinfonia di un’ora di durata magari con un coro di altrettanti componenti…. Si potrebbe continuare ancora a lungo; qualche sospetto comincia a venirvi?

Sappiate che, come ricorda oggettivamente Andrea Frova nel suo per altri aspetti opinabile saggio “Armonia celeste e dodecafonia”, «il cervello dei musicisti di professione presenta strutture e funzioni diverse da quelle dell’uomo medio» infatti le immagini tomografiche dei neuroscienziati attestano una neuroplasticità capace di attivare rapidamente le connessioni sinaptiche preesistenti e crearne di nuove che ne fa una sorta di «élite dotata di capacità percettive del suono che raramente si riscontrano nel normale pubblico che siede in platea, (…) come atleti di professione che raggiungono risultati inarrivabili per l’uomo comune».Aggiungiamo che intraprendere studi musicali significa appassionarsi a una “disciplina”, cioè a qualcosa che nello scatenare la parte più profonda della nostra parte affettiva, istintuale, sensoriale, ci richiede però di “disciplinarci” con metodo, applicazione, costanza, capacità strategica all’interno del suddetto bagaglio di conoscenze e di esercitarci ogni giorno in tutto ciò.

Aggiungiamo che frequentare un Conservatorio significa entrare in un ambiente dove, al contrario di quanto avviene in tutte le altre scuole, i giovani vivono un’esperienza unica: quella della bottega d’arte, del laboratorio, quella di un luogo ove è la passione a muovere gli entusiasmi e le motivazioni. In conservatorio, chi ci va, mediamente ci vuole andare, non ne farebbe mai a meno, non sta disattento a lezione, non vive svogliatamente la propria formazione come un’imposizione, bensì assiduamente come una scelta consapevole ed emozionante. Vive un rapporto personale e individuale discente-docente ed esperienze di gruppo folgoranti con altri giovani e adulti. Tutto questo è qualcosa di molto simile a ciò che Sir Ken Robinson indicherebbe come rivoluzionario nei percorsi educativi, se si verificasse nelle scuole tradizionali. Provate infatti a pensare all’atmosfera che ci siamo tutti sciroppati dalle elementari in avanti, ogni giorno, ogni settimana, nove mesi all’anno, per tutta la nostra giovinezza…

Una Fuga di Bach o una Sinfonia di Brahms sono monumentali costruzioni intelligenti, elaborazioni di poche note iniziali dalle quali si sviluppano gigantesche cattedrali espressive. Una Sonata di Beehtoven o un suo Quartetto sono il pensiero stesso, la filosofia fatta musica, Kant, Shopenhauer, Goethe, l’Illuminismo, la tenuta formale classica, lo Sturm und Drang romantico, la perfezione linguistica generata dalla volontà creatrice alla confluenza di estro e tecnica alla scoperta del nuovo, dell’ulteriore. Una composizione di Luigi Nono è la radicale ricerca del rapporto tra l’estetica del suono costruito dalle sue fondamenta e l’impegno civile per una società migliore. E dovremmo riempire pagine e pagine di questi esempi a implicare ogni aspetto dello scibile.

L’arte musicale si colloca là ove s’incontrano le nostre attitudini razionali e irrazionali, emisfero destro e sinistro, educa a comparare criticamente, a interpretare, a fare propria la materia del nostro operare per tradurla e renderla fruibile agli altri, educa all’ascolto, al nuovo, al diverso da sé, a dare risposte molteplici a medesime domande, quelle che interrogano l’uomo dall’inizio della civiltà, è il totale dell’espressione umana. La musica è matematica, proporzioni, forma, testo, sintassi, emozione, pensiero, filosofia, architettura, progetto, folgorazione intuitiva, iperbole e norma, trasgressione della norma, corporalità e logica, spirito e ragione, radicalità delle scelte, onestà, precisione stilistica, etica, relazione, simpateticità, civiltà.

La musica è libertà consapevole (a onta dell’estetica crociana e programmi ministeriali conseguenti).Forse per questo in Italia hanno reso quasi tutti analfabeti in materia. E così siamo tutti un po’ più sudditi tra le canzonette e meno cittadini della polis.

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