La teoria delle dimensioni culturali

Ricordo quando vent’anni or sono studiavo all’università, nel corso di psicologia, teorie come quella del professor Geert Hofstede, delle cosiddette “dimensioni culturali”.

Il professore studiò le differenze culturali fra Paesi, attraverso varie dimensioni. Una di particolare interesse è quella dell’individualismo, contrapposto al “collettivismo”.

Le società individualiste, hanno al centro il soggetto con il proprio “io”, i suoi bisogni e quelli del gruppo ristretto (ad esempio famigliare), mentre le società collettiviste tendono a mettere al centro il “noi” e ad estendere questa idea di cura del collettivo ovunque ci sia identificazione con un gruppo sociale.

Non sorprende poi che le ricerche di Hofstede abbiano rivelato come la società americana, seguita da quelle europee si posizionassero maggiormente verso l’estremo dell’individualismo, mentre quelle asiatiche, in particolare la Cina, si posizionassero maggiormente verso l’estremo opposto del collettivismo.

Molti anni dopo, avendo sperimentato realtà lavorative in entrambi i tipi di culture, queste ricerche mi tornano alla mente con maggiore interesse e valenza pratica, non soltanto come teorie lette su di un libro, giusto per passare l’esame.

Queste differenze sono infatti piuttosto palpabili nel mondo del lavoro, e presentano risvolti positivi e negativi.

Lavorare ad esempio con un gruppo prevalentemente asiatico, può rivelarsi talvolta frustrante per un’occidentale. A causa infatti di questa mentalità collettivista, mi capitò di constatare come la ricerca del consenso ed armonia assoluta nel gruppo potesse prendere il sopravvento rispetto al conseguimento di risultati e il rispetto di tempistiche.

Specialmente nei progetti molto grandi, che richiedono una decisa presa di posizione e una guida sicura verso l’obiettivo, che sia in grado di vincere le immancabili resistenze, può capitare invece che i leader asiatici allarghino il più possibile il perimetro del consenso, coinvolgendo e consultando un gruppo di persone più folto del necessario e finendo così per rallentare il progetto, dando campo a dubbi, obiezioni e richieste di ogni tipo, per sfuggire alla presa di una responsabilità individuale.

Dall’altro lato tuttavia ho potuto anche constatare un risvolto molto positivo sulle relazioni. Capita infatti spesso che fra gli asiatici si cementino amicizie sul luogo di lavoro e mi sono ritrovato più di una volta ospite di amici che avevano invitato a cena ex colleghi di una decina di anni fa.

Questo contrasta ahimè con i contesti di lavoro occidentali (o occidentalizzati), dove la tendenza individualista delle persone (esasperata ancor più da una ricerca della gratificazione immediata ed egocentrismo alimentato dai nuovi media e forme di comunicazione), stride con la presunta natura collaborativa che dovrebbe avere l’azienda.

Il risultato è spesso una situazione ipocrita dove le ambizioni individuali vengono mascherate da una penosa esaltazione di facciata del gruppo, dell’azienda, e da un leccapiedismo reciproco, che poi nasconde autentici covi di vipere. Anzi, ormai quando su siti come Linkedin vedo post che esaltano la cultura, lo spirito di gruppo, l’armonia e quanto sia meraviglioso il team aziendale, di solito traggo la conclusione che questi post hanno la finalità di celare l’opposto, ossia sanguinose guerre di potere.

Dall’altro lato però, l’individualismo occidentale può anche essere considerato un forte motore di creatività ed imprenditorialità. La creatività spesso si fonda sul pensare controcorrente, concepire qualcosa di audace e difficilmente una cultura orientata al consenso e all’appartenenza al gruppo stimola questo genere di pensiero.

Queste differenze abbracciano però ogni sfera sociale, e Hofstede ha individuato altre differenze importanti quali ad esempio il diverso orientamento al bene di lungo termine contrapposto all’adattamento pragmatico all’immediato nonché il legame e la preservazione delle tradizioni.

Penso che la linea tracciata da Hofestede sia molto interessante ed oggi più che mai, essendo noi tutti anche in balia di innovazioni tecnologiche sempre più  rapide che spesso stravolgono la nostra cultura senza un disegno preciso, sarebbe utile  – invece di formare blocchi contrapposti in orbita Americana o Cinese – “studiarsi” reciprocamente, fra Occidente ed Oriente, ma non solo, anche fra nazioni agli antipodi, per trovare semmai una sintesi, degli “anticorpi” culturali e soluzioni politiche mutuate da quei paesi all’apparenza così  diversi, che ci aiutino nel contrasto alle derive ed estremizzazioni che sempre più coinvolgono tutto il mondo.

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