La morte di Frizzi fa resuscitare la TV – Filippo Facci

 Sono i soli che si sono interrogati dopo il clamore suscitato dalla morte di Fabrizio Frizzi, ma non sono dei sociologhi: «Per i disastri, quelli veri, neanche un post o un lutto», «non vedo tutto questo motivo di sospendere un programma», «ve ne uscite con ‘ste cose… che non serve a niente, oltretutto…».

 Sono gli spettatori di “Uomini e donne”, incazzati perché la morte di Frizzi ha fatto stravolgere i palinsesti e quindi ha fatto saltare il loro programma. Sono stati gli unici a lamentarsi. Come se la tv, solamente, avesse il diritto di divorare se stessa. Come se solo il peggio del peggio – nostro giudizio sui suddetti spettatori – avesse il diritto di interrogarsi sul Paese che stiamo diventando, anzi, che siamo diventati.

 Attenzione, non c’ è retorica nel nostro interrogarci: noi non lo sappiamo, se sia migliore o peggiore il Paese che si ferma perché è morto un presentatore televisivo, con la programmazione della tv generalista, pubblica e privata, che ha cambiato i palinsesti mentre “Porta a Porta” metteva in secondo piano la fase calda della formazione del governo e faceva uno speciale su Fabrizio Frizzi, questo mentre siti e giornali ne ricostruivano la biografia, la carriera, le donne, gli amarcord.

 E non sappiamo neppure se sia migliore o peggiore il Paese in cui la morte accidentale di un calciatore, in una camera d’ albergo, diventava un caso nazionale che interrompeva il campionato, e rendeva edotti anche i bambini circa il problema della bradiaritmia cardiaca. Non lo sappiamo davvero, non stiamo facendo i furbi: ma chiedersi che cosa sia cambiato nella percezione della gente – e quanto i media riescano a intercettare questo cambiamento – non può essere una domanda che interessi solo il Censis o l’ Istat.

 Interessa anche noi quattro – una minoranza, non si discute – che ci siamo rimasti di sale, che siamo rimasti sbigottiti e che lo confessiamo a bassa voce: noi che di Fabrizio Frizzi, da vivo, avremmo saputo spiccicare dieci parole al massimo. Figurarsi del difensore della Fiorentina Davide Astori.

Ma non può che essere che un problema nostro: ecco perché abbiamo assistito e assistiamo, attoniti e rispettosi, a cordogli nazionali che un tempo sarebbero stati riservati ad altri tipi di personaggi, non necessariamente capi di Stato, ma insomma: altri. E fermiamoci qui, prima che ci si accusi di mancanza di rispetto, prima che un imprescindibile «e quindi?» di marca social ci bolli subito in qualche modo.

 Che poi: politici e giornalisti, a ben pensarci, non fanno altro che accusarsi a vicenda di non conoscere il Paese, di non frequentarlo, di non capirne la vera anima nazional-popolare: in fondo, per una volta, ci stiamo accusando da soli, perlomeno chi firma questo articolo. Mi sfugge, voglio dire, il momento in cui tutto è diventato (o è rimasto) definitivamente così, in Italia.

Certo, la televisione: perché la televisione c’ entra sempre. Dicono che il primo applauso a un funerale pubblico l’abbia beccato Anna Magnani nel 1973: non un indotto della Storia, ma di Domenica In. Poi avrebbero applaudito anche la salma di Berlinguer, quella di Moro, quelle di Nassirya, Falcone e Borsellino, persino Giovanni Paolo II: i pellegrini di tutto il mondo rimasero agghiacciati e increduli, perché questa cosa degli applausi, per esempio, esiste solo da noi. Molte cose esistono solo da noi: dal rito di San Gennaro alla Sacra Sindone, sino alle dirette televisive – febbraio 2016 – sulla salma di Padre Pio che sfila per Roma, con centinaia di giornalisti a inseguire una mummia siliconata che viaggiava dalla Puglia a Roma con scorta armata.

 Questo non c’ entra niente con Fabrizio Frizzi, ma c’ entra col Paese che forse una parte di noi letteralmente non conosce. Non c’entra niente con Fabrizio Frizzi, persona mai polemica, capace evidentemente di diventare “uno di famiglia” per milioni di italiani, forse il compagno di scuola che tutti abbiamo avuto, una persona in grado di trasmettere educazione e gentilezza con rara semplicità: questo almeno ho inteso io, questo ho in parte percepito e in parte letto.

 Ma, lo stesso, ho faticato a capire come i siti dei due principali quotidiani italiani, per esempio, si siano occupati della sua morte con una dedizione degna non, attenzione, di miglior causa, ma di una causa che un tempo sarebbe stata semplicemente diversa.

Non mi azzardo a cercare dei link epocali con la contemporanea ascesa grillina: sarebbero forzature a dir poco. Però un paradosso di marca grillina ci sta tutto, ed è il seguente. Per anni non c’ è stato rapporto sulla comunicazione che non abbia spiegato come la fiducia popolare in molte categorie istituzionali fosse cambiata in peggio: ai danni di politici, magistrati, giornalisti e forze dell’ ordine.

 “I risultati indicano nella tv il mezzo a cui viene attribuita la maggiore fiducia… I giornali e i notiziari delle tv satellitari sono appannaggio di una ristretta elite, la radio rimane indietro, internet svolge un ruolo ancora marginale, solo i programmi delle reti generaliste hanno un seguito corposo” (Ottavo rapporto sulla comunicazione, Censis, 2011). Lo stesso rapporto, qualche anno dopo, ammette che molte cose sono cambiate (che hanno cominciato a farlo) ma solo per i giovani: per il resto “la televisione continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione (96,7%)”.

Eccolo il paradosso: nell’ era grillina, che per anni ha raccontato cazzate sulla rivoluzione web, la televisione generalista non è mai contata così tanto. O questo, almeno, si dice e si scrive: la maggior parte dei giovani, da zero a trenta, probabilmente Fabrizio Frizzi sa appena che fosse un presentatore. Bravo e simpatico, peraltro.

 

Da: Libero quotidiano

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