La formazione sta alle aziende come la scuola all’Italia

PINO MERCURI  

Ian Goldin e Chris Kutarna, nel loro non più recentissimo ma pur sempre interessante Nuova età dell’oro: guida a un secondo Rinascimento economico e culturale, scrivono di come negli anni Sessanta il PIL pro capite degli abitanti di Singapore e della Giamaica fosse comparabile. Da allora il PIL singaporiano è schizzato al di sopra di quello degli Stati Uniti, mentre il PIL reale giamaicano è rimasto stazionario per un cinquantennio. La forbice trai due Stati si è allargata anche in termini di sicurezza sociale e condizioni sanitarie. La differenza fondamentale è che Singapore ha adottato interventi per attirare investimenti e persone altamente qualificate, e ha costruito sistemi di istruzione, trasporti, energia e infrastrutture informatiche di prim’ordine. La Giamaica no.

Quando ho letto questo passaggio ho pensato al nostro splendido Paese che, non è un mistero, sta perdendo posizioni in termini di competitività e ha attraversato un ventennio durante il quale il PIL ha fatto molto fatica. In particolare secondo un rapporto di Confcommercio il PIL reale pro capite nel 2008 era pari a 28.200, euro mentre nel 2018 è sceso a 26.700 euro, con una riduzione del 5,4%. Non abbiamo creato ricchezza, piuttosto l’abbiamo distrutta.

Certamente una delle cause della stagnazione economica italiana è riconducibile al calo degli investimenti. Se nel 2009 gli investimenti erano quasi il 3,5% del PIL, si sono ridotti progressivamente fino a toccare il 2% nel 2017. In sostanza e in maniera forzatamente semplicistica, meno investimenti hanno prodotto meno crescita, e di conseguenza una riduzione del PIL reale pro capite.

In maniera assolutamente discutibile e criticabile, da umile osservatore di dinamiche organizzative e aziendali, fornisco il mio contributo su alcuni elementi che credo abbiano contribuito a questo scenario. Potrei citarne molteplici, ma preferisco concentrarmi su tre di essi, che ruotano intorno al concetto di formazione. In termini culturalipolitici e aziendali.

Una politica miope e impreparata

In termini culturali noto che osserviamo una classe politica non meno spregiudicata del passato, ma sicuramente meno preparata. Nel momento in cui scrivo l’Italia non ha ancora individuato il possibile commissario europeo che possa rappresentare il nostro Paese a Bruxelles; tutto normale, essendo l’agenda politica alle prese con una crisi di governo che, vista da fuori, è in bilico tra il tragico e l’ironico. Uno dei potenziali candidati risponde alla domanda di un giornalista di un quotidiano nazionale, “come se la cava con l’inglese?”, dicendo: “The ball is on the table, fino a lì ci arrivo”.

Ci sono episodi che diventano simbolici: questo episodio certifica che la preparazione – di cui la formazione è prodroma – viene sminuita, offesa, banalizzata, insultata. Sei preparato? Sei formato? Eccolo lì, il professorone. Personalmente però non conosco un modo diverso dell’essere preparato o formato per provare a gestire l’interesse collettivo. Abbiamo scambiato la preparazione con l’onestà, considerandole alternative quando entrambe dovrebbero essere necessariamente presenti in una donna o un uomo che svolgono ruoli istituzionali. La formazione diventa inutile, anzi dannosa, perché ti allontana da un popolo non formato e non preparato che vorrebbe rappresentanti non migliori di lui. Tutto da dimostrare.

In termini politici le decisioni di investimento pubbliche e il consenso viaggiano su binari difficilmente conciliabili. Nel vecchio sistema pentapartitico si facevano – mediamente – scelte ragionevoli in un orizzonte di lungo termine perché, in un tempo dato, si tornava a governare e l’alternanza era più apparenza che sostanza. Oggi l’incasso in termini di consenso politico è un pasto da fast food. Ne è dimostrazione l’ultima crisi politica agostana. I sondaggi mi danno in crescita? Andiamo all’incasso aprendo una crisi politica e spingendo per le elezioni. Di scelte ispirate alla ricerca del più marchiano consenso è zeppa la strada politica degli ultimi anni, a dire il vero senza grandi differenze di orientamento politico: dagli 80 euro a quota 100, fino ad arrivare al reddito di cittadinanza, provvedimenti simbolo dei partiti più rappresentativi a livello nazionale. Tutti ispirati alla ricerca del consenso, e non certamente a una sostenibilità economica o a rispondere con provvedimenti sostenibili a emergenze di carattere sociale.

La forbice temporale tra consenso e scelte economiche si amplia dall’orizzonte istituzionale al mondo delle aziende. Raramente gli AD hanno non dico la certezza, ma anche semplicemente la ragionevole probabilità di vedere, come capi azienda, i risultati a medio termine delle decisioni di investimento che prendono (o dovrebbero prendere). È probabile che un nuovo e differente AD le possa vedere al posto loro poiché i cicli di leadership sono sempre più brevi.

In casi come questi che senso ha investire sulla formazione? Molto meglio gestire la trimestrale e sperare in bene. La formazione diventa per le aziende quello che la scuola è per lo Stato: se oggi si taglia qualche ora di formazione, cosa vuoi che sia? Sicuramente non ci accorgeremo dell’effetto in questo anno fiscale. Le aziende meno lungimiranti – quelle che guardano con ossessione alla trimestrale – hanno pensato bene di risparmiare rallentando gli investimenti in formazione. Mi viene in mente una frase di Henry Ford: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi è come se fermasse l’orologio per risparmiare il tempo”. Ecco, sostituite il termine “pubblicità” con “formazione” e avrete chiaro che nell’attuale contesto dell’economia della conoscenza la formazione è un fattore di competitività aziendale netto e preciso.

Fanno eccezione le (migliori) aziende padronali che, in quanto tali, non subiscono la tirannia delle borse e possono scegliere le migliori strategie di lungo periodo. Non è un caso se tra le aziende che hanno performato meglio negli ultimi anni, almeno in Italia, molte sono private. La formazione per le aziende migliori diventa vero e proprio imperativo di business.

Nel settore ICT, che conosco bene, l’obsolescenza delle competenze si misura in mesi: una competenza ingegneristica o tecnologica ha una vita media tra i 24 e i 48 mesi. Il cloud, che oggi ha un fatturato che oscilla tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari a livello mondiale, circa 10-12 anni fa era poco più di un’idea nella mente di qualche elitario tecnologo. La costruzione di competenze cloud è stata nell’ultimo quinquennio l’ossessione delle persone che si occupano di risorse umane in aziende tech. Ecco, immaginate quale rilevanza in termini di impatto sul business ha avuto una direzione risorse umane e un AD che hanno convintamente investito su queste competenze: le aziende che lo hanno fatto hanno preso una strada di crescita a doppia se non a tripla cifra, mentre le aziende che hanno fatto scelte diverse hanno imboccato strade molto più complesse.

La formazione quindi dovrà necessariamente tornare di strettissima attualità e di rilevantissima importanza. Le aziende che non ne hanno compreso la radicale centralità stanno correndo verso la loro irrilevanza. Ma le aziende non possono fare tutto da sole. C’è bisogno del contributo di scelte politiche coerenti e convinte a supporto. Scelte che nell’ultimo decennio non ci sono state, diciamolo chiaramente.

La scuola è stata vista dai diversi governi in che si sono succeduti più come un bancomat a cui attingere che come una risorsa da sviluppare e curare.

Le scuole spesso vanno avanti con i grandi sacrifici di professoresse e professori eroi, che per esempio – racconto di quest’estate da parte di una mia amica – si sono autotassati per comprare un ventilatore in una scuola romana. Già, un ventilatore, perché l’aria condizionata è un miraggio: 5 euro cadauno per comprare un macchinario che rendesse le loro lezioni un po’ più gestibili in una classe esposta al sole romano nel mese di maggio.

Io per tre anni ho versato una quota per comprare i pennarelli per l’asilo di mio figlio, e vivo nella ricca (?) provincia milanese. Sono due esempi personali e sicuramente poco rappresentativi, ma che sono certo faranno suonare un campanello nella testa di molti lettori che hanno scelto l’istruzione pubblica per i loro figli. Istruzione pubblica che dovrebbe essere di eccellenza, vista l’elevata tassazione del nostro paese.

Purtroppo l’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazioneil 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4 %). Sarà un caso, ma si trova una sorprendente coincidenza tra crescita economica e percentuale di investimento sulla scuola nei diversi Paesi.

Se non invertiamo questa tendenza e non cominciamo a investire realmente e concretamente nella scuola il declino del nostro Paese in termini di competitività diventerà ineluttabile. Ripartire dalla scuola è il primo passo per far sì che la preparazione e la formazione tornino a essere elementi di merito e di orgoglio.

Investire sulla scuola e sulla formazione è ciò che ha fatto Singapore negli anni Sessanta; la Giamaica no. La Giamaica ha fatto scelte diverse.

Da Senzafiltro

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