La fabbrica degli orfani di Reggio Emilia? Gli affidi sono uno sporco business

Di Flavia Perina

Solo dei perfetti ipocriti possono sobbalzare e rilasciare dichiarazioni scandalizzate davanti agli orrori della “fabbrica degli orfani” di Reggio Emilia, con i bambini strapazzati ai limiti della tortura psicologica per farne soggetti di affidamenti ben remunerati agli amici. Sono anni che la Rete è piena di implorazioni di madri e padri a cui sono stati sottratti i figli, senza possibilità di ricorso e appello, senza strumenti per rintracciarli. Le abbiamo viste in tv in decine di trasmissioni. Hanno mandato suppliche a ogni partito, gruppo, movimento, chiesa. Nessuno ha mai alzato un dito, nemmeno davanti all’enormità dei numeri che l’industria delle case famiglia e dei privati affidatari metteva insieme anno dopo anno: secondo i dati più attendibili (lo Stato non si è mai nemmeno preoccupato di fare un censimento ufficiale) sono 26meila i minori sottratti ai loro genitori, e sei su dieci restano sostanzialmente “sequestrati” dai pubblici poteri ben oltre il limite massimo di due anni fissato dalla legge, fino a un totale che può arrivare al decennio.

Già nel 2013 Panorama pubblicava un’inchiesta nella quale un operatore specializzato in questo tipo di cause, denunciava il caso limite di un centinaio di giudici minorili onorari, quasi tutti psicologi, che erano al tempo stesso associati o addirittura fondatori di case d’affido, dove un bambino può “rendere” fino a tremila euro al mese. Da allora in poi ne hanno scritto quasi tutti, talvolta sull’onda di casi di maltrattamento, sempre additando l’intreccio affaristico fra tribunali, servizi sociali, amministrazioni locali, talvolta con prove inoppugnabili. Nessuno ha mai ritenuto di vederci chiaro, né i ministri della Famiglia che si sono succeduti, né i Garanti per l’Infanzia e nemmeno i magistrati, almeno fino a questa inaspettata e clamorosa indagine sui Comuni della Val D’Enza.

Da Linkiesta

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