Il nostro settantunesimo senso

0Ci sono persone che oltre ad essere colte, intelligenti ed intituitive, sono “buone”.

Anzi, meglio: in loro l’intuizione, il silenzio, il “saper parlare le lingue degli uomini e degli angeli”, si fanno da parte per distillarsi in quella che comunemente chiamiamo “bontà” cioè quel sentimento di profonda attenzione verso chi ci vive intorno.

Noi abbiamo bisogno di queste persone.

Per esempio, la parola “pace” ha bisogno della presenza di chi ci ha insegnato ad essere più forti del rancore e ad impegnarci per la giustizia nel quotidiano; la parola “fratello” è nata da chi ci ha dato un po’ della sua vita e in questa persona trova la propria ragione di essere detta. Le parole “amore” e “dolore” come possono essere complete di significato se non le accosti alla persona di un figlio?

Walter J. Hollenweger e Paolo De Benedetti aiutano a comprendere la parola “bontà”. Per un sentimento di riconoscenza vorrei riuscire a spiegare il perché.

W. Hollenweger, teologo riformato svizzero, ha scritto alla fine degli anni ’70 un bel libro per tentare, riuscendoci egregiamente, un’ operazione per quei tempi assai coraggiosa: riscrivere alcune parti della Bibbia in un linguaggio corrente, a noi vicino. Il libro – tradotto in italiano nel 1984 sotto il titolo “Conflitto a Corinto / Esperienze ad Efeso. Saggi di interpretazione narrativa della Bibbia ” – non è un romanzo biblico in cui la fantasia galoppa incontrastata, libera da ogni vincolo filologico o di metodo ma è una calibratissima e vivace “ri-narrazione” delle vicende e del messaggio della Scrittura. Hollenweger – spinto da una grande curiosità intellettuale e dalla sua fede – si cala nei luoghi culturali e sociali, nella vita religiosa di duemila anni fa, per osservare da vicino, e rendicontare fedelmente, le vicende ed i personaggi che incontriamo, per esempio, nella “Prima lettera ai Corinzi” di San Paolo o nel libro del Profeta Ezechiele o nel “Vangelo secondo Giovanni”. Riportarci nel contesto da cui hanno preso vita alcune delle vicende religiose più importanti della Storia (e, per tanti di noi, decisive nella propria storia individuale) significa, per lo studioso svizzero, ridare voce anche alle aspre contese, alle liti, ai conflitti di idee che hanno caratterizzato la predicazione di San Paolo o la tempestosa predicazione del giovane Isaia o gli sconvolgimenti politici portati dallo scià Ciro nel conquistare Babilonia. Significa ridare vita, sangue ed attualità, al di là di ogni tradizionale lettura agiografica o devozionale, a “quel” passato biblico da cui attingiamo preghiere e speranza. Del resto ogni disputa teologica, da Marcione alla riforma protestante e fino all’ Irlanda del Nord, è sempre stata anche un contrasto politico, culturale e sociale, nascendo, appunto, dalla vita della gente e non un asettico confronto in una sfera di cristallo scesa chissà da dove.

“Sono uno schiavo e lavoro come scrivano presso il grande Istituto di Credito Artigianale e Commerciale di Corinto. Abbiamo filiali a Patrasso e ad Atene, ma anche a Roma, Alessandria e Marsiglia… Uno dei miei colleghi lavora all’ Amministrazione Provinciale: si chiama Terzio. Ci siamo conosciuti alla scuola serale dove seguivamo ambedue un corso di corrispondenza commerciale greca e latina. Per il nostro lavoro siamo infatti tenuti ad avere una buona padronanza della terminologia tecnica di ambedue le lingue. Ora questo Terzio, un po’ di tempo fa, mi ha invitato al culto di una setta religiosa che chiamano setta dei “cristiani” … “Quella di oggi – mi dice mentre ci avviamo – è una riunione molto importante”. I cristiani di Corinto avevano, infatti, scritto una lettera al fondatore della loro comunità, un certo Saulo da Tarso, detto Paolo; oggi si leggerà una parte della sua risposta e la si studierà… La maggior parte degli abitanti di Corinto era convinta che la setta dei cristiani fosse un partito ebraico, mentre altri dicevano che era pura superstizione…”.

Inizia in questo modo “Conflitto a Corinto” con Hollenweger che si affianca – e ci affianca – allo schiavo-scrivano per seguirne l’ iniziazione nella setta “cristiana”. Entriamo, così, nella “Prima lettera ai Corinzi” di S. Paolo e ci ritroviamo, guidati da Hollenweger, a pedinare lo schiavo-scrivano per rivivere all’ alba, nell’ acqua di verde intenso che scorreva sotto la roccia, un battesimo dei primi cristiani. Partecipiamo, poi, ad un’ infuocata riunione nella trattoria di Cloe la rossa (la trattoria era chiamata “Koinonia Christianon” che oggi suonerebbe un po’ come “Taverna dei Cristiani per il Socialismo”) dove, dopo alcune contestazioni degli schiavi (“Ma perché dobbiamo sempre ascoltare gli scritti di Paolo? Ma le sue lettere sono pressoché incomprensibili per la nostra gente!”), finalmente Erasto, cessato il baccano, riesce a leggere l’ Inno alla Carità. Apprendiamo di una sommossa scoppiata tra i lavoratori del porto di Corinto e del conseguente arrivo delle autorità portuali che intervengono pesantemente a sedare la rivolta e ad arrestare alcuni accusati fra i quali i due cristiani battezzati la domenica precedente. Giungiamo alla villa di Gaio dove tutta l’ assemblea dei cristiani pare cantare a dieci o venti voci in contrasto e in accordo, e dove la lettura del rotolo di pergamena viene interrotta per una questione bruciante, all’ apparenza, per niente “teologica” : “Fratelli e sorelle – protesta Cloe la rossa – come potete passare alla lettura degli scritti di Paolo così, come se niente fosse, e leggere le sue indicazioni relative al culto e ignorare quello che è successo nella nostra città la settimana scorsa? Giasone, che abbiamo battezzato la domenica scorsa nel nome di Gesù, che è stato battezzato per formare con noi un solo corpo, è stato arrestato ed ora è in pericolo di vita! Ora Giasone è in pericolo di vita e noi soffriamo con lui? Dalle lettere di Paolo abbiamo letto che “Dio ha disposto il corpo in modo tale che venga dato maggiore onore al membro che ha qualche difficoltà sicché non vi sia divisione nel corpo ma i membri abbiano la medesima premura l’ uno per l’ altro”. Giasone è in difficoltà, dov’ è la nostra premura per lui?”. A questo punto gli schiavi e le schiave del lato sinistro del cortile della villa iniziano a tumultuare confusamente; i mercanti, i funzionari, i piccoli industriali ed i banchieri, sparsi sugli altri lati del cortile, si fanno perplessi e pensierosi… Non sembra di leggere le reazioni di alcuni cattolici alle recenti dichiarazioni dell’ amministratore delegato della Fiat? Non è attuale questa immagine, variegata e viva, di quella che era la “setta” dei cristiani e che oggi è la Chiesa cattolica? Ma, tornando all’ affermazione iniziale, perché l’ autore di queste cronache così rispettose del testo biblico, sarebbe una persona “buona” nel senso detto sopra? Hollenweger scrive : “ Non so se la mia interpretazione narrativa abbia facilitato il compito dei teologi sistematici. Ma ho questa speranza : che essa renda accessibile la ricerca esegetica (l’ interpretazione del testo) al popolo di Dio, alla Chiesa … e, in particolare, per essere più preciso, accessibile a quella maggioranza del popolo di Dio che è indubbiamente in grado di pensare teologicamente e che vuole pensare teologicamente … senza tuttavia avere una preparazione specifica nel campo dell’ esegesi storico-critica”. Il suo linguaggio lineare e “colto” non scalfisce di un niente la portata davvero fraterna delle sue proposte e del suo metodo.

Io intenderei così le sue parole : “Cari amici, vi voglio bene ed ho lavorato per Voi. Vorrei farvi riflettere sul fatto che “il teologico” non è appannaggio di specialisti o di seminari e riviste condotti da iniziati per iniziati ma è l’ insieme, spesso confuso e sofferto, dei nostri pensieri su Dio e, soprattutto, rivolti a Dio. La Bibbia non è un oggetto sacro a cui riservare distaccata deferenza, ma è una Parola di speranza e conforto indirizzata, in epoche successive, ad ognuno di noi, seduto sul banco degli idioti o convinto di essere ben appollaiato sul banco degli iniziati. Leggiamo, quindi, questo Libro come la cronaca di una Parola che Dio ci rivolge attraverso le vicende della vita e attraverso le tante persone che ci circondano, ci intrigano, ci fanno discutere, invidiare o innamorare. Il testo biblico non è soltanto la presentazione del punto di vista del suo autore ma anche la possibilità di un nostro punto di vista, il dovere di una nostra ricezione del testo biblico”.

Paolo De Benedetti (docente di giudaismo, autore di libri essenziali quali “La morte di Mosé” o “La chiamata di Samuele”) riflettendo sull’ affermazione che “ogni persona, con la sua unicità, assicura alla Rivelazione un aspetto unico della verità …” scrive: “La Scrittura vuole che noi ci diamo da fare, non è un vassoio con sopra le cose già pronte. La Scrittura vuole che noi usiamo il pungolo, e andiamo oltre, e cerchiamo dei sensi… Nella concezione ebraica il mondo era costituito da settanta popoli. Settanta voleva dire tutti, settantuno vuol dire tutti più qualcosa. Tra le fonti di senso (il canone, le Scritture, la comunità, la persona) noi siamo questo qualcosa in più, siamo i portatori del settantunesimo senso”.

“Se una persona non nasce, un senso non si rivela” ricorda, ancora, De Benedetti.

Ci sono amici che sono come un vaso di profumo aperto, diffondono attenzione e rispetto per gli altri, una specie di profumo di bontà.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.