Il lavoro che non ci sarà più

robot-lavoro Un principio abbastanza saldo di questa attuale società mediatica è che la vera essenza delle cose ed il cuore dei problemi è in genere ciò che viene nascosto o quantomeno taciuto.

Così vorrei porre l’attenzione su un fenomeno di cui si parla troppo poco: la scomparsa di gran parte dei posti di lavoro o addirittura la fine del lavoro, a causa dell’esponenziale sviluppo tecnologico. C’è una generale reticenza a parlare di ciò, si tende un po’ tutti a fare finta che le macchine distruggano posti di lavoro ma che in fondo ne creino di nuovi, anche se con ogni probabilità non sono certo in egual numero.

In fondo basta un ragionamento elementare: una macchina lavora con pochi margini di errore ventiquattro ore al giorno, e quindi rimpiazza varie unità o decine di umani. Tolto il gruppo di chi la congegna e produce (produzione poi composta da altre macchine) resta il mantenimento ed è probabile che un umano si occupi di mantenerne più di una: ecco che il rapporto fra posti di lavoro creati e distrutti è squilibrato.

Non a caso se guardiamo non a ciò di cui si parla, ma ciò che realmente sta accadendo nel mondo, scopriamo che fatta eccezione per poche professioni, in tutte le nazioni sta diventando sempre più complesso ottenere i visti di lavoro per personale anche qualificato. E’ il caso degli USA ed Europa dove le leggi sull’immigrazione e rilascio dei visti sono diventate molto più stringenti, ma una stretta è arrivata anche nelle un tempo apertissime Singapore e Hong Kong. Stesso discorso in paesi emergenti qualì il Brasile, mentre la Cina importa competenze straniere ma progetta di diventare sempre più autosussistente nell’arco dei prossimi vent’anni. Si cerca di reimpatriare i talenti che studiano all’estero e puntare sull’istruzione locale.

Chiudere le maglie delle politiche migratorie su personale qualificato onestamente appare un approccio poco competitivo, ma semmai difensivo e ciò che si protegge sono in genere le risorse scarse. Allora dietro le chiacchiere, la politica conosce o subodora la preoccupante verità che in futuro ci sarà sì sviluppo del PIL ma che esso non andrà più di pari passo allo sviluppo dei posti di lavoro. Questo andrà avanti fino a che il sistema capitalista-consumista non si avviterà su se stesso fino a collassare in quanto è ormai divenuto inadatto nelle sue premesse.

Del resto, continuiamo a vivere in un paradigma vecchio in cui diamo troppa attenzione ancora alla politica, la quale in realtà sta diventando marginale rispetto a una tecnologia che non governa e spesso nemmeno comprende. Mentre si dibatte di leggi e leggine, litigarelli televisivi, vi siete accorti che le più grandi rivoluzioni al nostro modo di vivere sono arrivate per innovazioni teconologiche e non certo per disegnì legge?

Uber ha cambiato il modo di girare le città, spaccato lobby di tassisti e messo in crisi anche l’industria dell’auto più di quanto ci vogliano raccontare i media asserviti al potere, mentre in ogni città politici e politicanti si arrabattavano senza successo per arrestare il fenomeno. Airbnb ha scombussolato l’industria turistica, trasformato posti di lavoro, essendo divenuto in molte nazioni il modo in cui migliaia di persone possono permettersi l’affitto della casa in cui vivono. I social media hanno cambiato il modo in cui i politici si presentano al pubblico, influenzandone scelte e linguaggio a suon di hashtag, brevi frasi, comparsate, giochetti virali e spesso non per il meglio. Ma la realtà è che nessuno di questi fenomeni è arrivato per decreto legge, la tecnologia prosegue implacabile, in barba a governi, leggi e leggine e va ad un ritmo quintuplo dei vari dibattiti e tavole rotonde.

Ricordo che anni fa quando sotto il governo Berlusconi si propose di prendere le impronte digitali agli immigrati (cosa che ogni stato civile peraltro fa), si sollevò un polverone tra gli elettori della sinistra che durò oltre un mese. Ora a distanza di anni, tutti quei contestatori con il sorriso sulle labbra, danno le loro impronte digitali alla Apple in un minuto dopo l’acquisto, per sbloccare il proprio iphone.

Dovremo governare un mondo globale dominato dalla tecnologia, che si avvia verso la fine del lavoro e dove la priorità sarà trovare una equa distribuzione di risorse e un equilibrio sociale che eviti guerre e fermi la distruzione naturale del pianeta, mentre viviamo ancora con gli occhi sullo specchietto retrovisore, in un paradigma vecchio basato sulla competizione, la crescita, con una politica ormai spettacolarizzata dai media, e convinti che questa – sempre un passo in ritardo – serva davvero a tracciare la rotta.

 

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