Foibe dal silenzio, al ricordo difficile

Il giorno del ricordo che abbiamo celebrato il 10 febbraio, è dedicato appunto al ricordo dei martiri uccisi e gettati nelle foibe e all’esodo della popolazione italiana giulio- dalmata. Eppure nonostante il tempo passato, dopo i lunghi anni di silenzio su questo calvario, ancora una gran parte del Paese non vuole affatto ricordare. Detto fuori dal politicamente corretto, la sinistra, in tutte le sue articolazioni, si tratti del Pd, dell’Anpi o di maestrini del pensiero come Tomaso Montanari, pratica uno strisciante negazionismo e una costante diminutio della tragedia. Prendiamo la circolare per le scuole scritta da un funzionario ministeriale, in cui si diceva che vi era stata una persecuzione degli italiani, in quanto appunto italiani, come gli ebrei erano stati uccisi proprio per il loro essere ebrei. Subito tutti hanno protestato dicendo che le due mattanze non potevano essere paragonate, sia per l’entità che per la ferocia. Vero. Come se la violenza e la crudeltà si potessero misurare con un metro quantitativo, come il Pil. Non solo i titini furono feroci con gli italiani residenti, ma pure con quelli del controesodo, che in nome della fratellanza comunista raggiunsero la Jugoslavia tra gli applausi e quando ci fu la rottura tra Tito e Mosca, pagarono la loro fedeltà a Stalin, con la persecuzione e l’internamento. Se dei primi, la sinistra continua a pensare e dire, magari a mezza bocca, che erano fascisti magari non tutti e non del tutto, ma un po’ di sicuro, dei secondi proprio non parla. Per loro silenziosamente è stato istituito il giorno della dimenticanza. Per dirla semplicemente, vi erano fra loro fascisti e persone semplici, che si erano adattate al regime, come era accaduto in Italia e pure nella nostra Reggio, svegliatasi comunista dopo il ventennio fascista. Per questi ultimi, al netto delle uccisioni del dopoguerra arrivò l’amnistia di Togliatti e un velo di dimenticanza, per i primi vi furono uccisioni, esodati ed espropriazione dei beni, molto simili a quelli di tutti i genocidi, grandi e piccoli. Il rettore Montanari parla, riferendosi al giorno della memoria, di uso politico e revanscismo fascista. Può darsi che alcuni nostalgici del fascismo vogliano mettere il cappello su questa tragedia, ma abbiamo visto cose simili, nel tentativo della sinistra di appropriarsi della Resistenza, che fu certo in gran parte comunista, ma fu molto altro e non sempre gli eroi furono “giovani e belli”. Certo il fascismo si macchiò di colpe gravissime, ma in quella terra di confine anche i comunisti usarono la mano pesante, basti pensare al massacro dei partigiani della Osoppo alla Malga di Porzùs, gli autori del massacro sebbene condannati a pene severe, non le scontarono, riparando prevalentemente in Jugoslavia e in particolare in Istria dove vissero indisturbati, percependo pure le pensioni italiane e alcuni di loro, dopo l’amnistia, ricoprirono incarichi nel Pci e nell’Anpi. Sebbene la medaglia d’oro al capitano degli alpini Francesco De Gregori testimoniasse che i partigiani della Osoppo non erano traditori, ma solo non comunisti. Il silenzio sulle foibe serviva a coprire questa e altre pagine non nobili, di quel periodo, anche di questo dovrebbe parlare il professor Montanari. Non vi fu solo silenzio, ma aperta negazione, tant’è che nella nostra Reggio, mentre si nega la titolazione di una strada a Norma Cossetto, infoibata dopo terribili violenze, resiste spavaldamente la strada intitolata al maresciallo Tito, eroe del comunismo, ma non certo campione di democrazia, come del resto la più parte degli eroi delle rivoluzioni comuniste, da Lenin, a Che Guevara, a Ho Chi Min, che dominano la toponomastica della nostra Città. Abbiamo bisogno di costruire una memoria condivisa, che parte dal non piegare la verità al tornaconto politico e alle false o reticenti narrazioni che lo sorreggono, solo così eviteremo che il passato non passi mai. Per quanto riguarda la sinistra reggiana, un buon inizio potrebbe essere sostituire il nome di Tito, se non con quello della Cossetto perché richiederebbe troppo coraggio, con quello del partigiano De Gregori, medaglia d’oro come la nostra Città.  

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