Firenze: la fragilità della bellezza

ALESSANDRO ZANINI 

Sarebbe molto interessante fare un sondaggio non solo tra i fiorentini, ma anche tra gran parte degli italiani, chiedendo loro di dare una definizione del termine museo”. Sicuramente le risposte sarebbero molto differenti da quelle che per esempio potrebbe dare un londinese o un americano. Per noi il termine ha un’accezione, se non negativa, ancora statica e passiva, per troppi anni immobile, e che solo adesso sta tentando di recuperare, con diverse velocità da caso a caso, la distanza dai corrispettivi musei europei.

Pensiamo al Centre Pompidou a Parigi, o alla Tate Gallery a Londra: posti da vivere, dove incontrarsi, leggere, bere e mangiare, prima che luoghi da visitare. Se da un lato abbiamo associazioni “amici del museo…”, dall’altro a volte storicizziamo persino gli allestimenti di un secolo fa. Ciò è corretto per gli addetti ai lavori, ma lo è molto meno per dare una reale offerta culturale qualificata e differenziata ai milioni di visitatori.

Certo, non possiamo paragonare la flessibilità di strutture di quel calibro rispetto a luoghi di per sé unici, come per esempio il Museo del Bargello, che se anche fosse vuoto – e non pieno zeppo di meraviglie rinascimentali uniche, dal Verrocchio a Donatello a Michelangelo – meriterebbe comunque una visita.

Forse abbiamo troppo, e questo ci fa vecchi e un po’ pigri, se non gretti; sicuramente attenti innanzitutto a far cassa sui numeri diretti e immediati di un turismo di massa che si muove in luoghi diversi, ma alla fine sempre più simili tra loro.

 Turismo a Firenze: serve qualità, non quantità

L’incremento dei flussi turistici in termini meramente quantitativi e non qualitativi è un obiettivo miope, a breve termine, che nel lungo periodo può creare più problemi che vantaggi e risultati significativi (vedi alla voce overtourism). È difficile immaginare che la nostra città – e pure quella di Pisa – possano essere visitate con “escursioni in giornata” dai turisti in crociera che attraccano a Livorno. Quale valore aggiunto possono dare e cosa possono percepire realmente questi turisti, oltre al poter dire “ci sono stato”, riguardo un patrimonio così vasto e complesso?

Tra l’altro Firenze non può promuovere più di tanto i grandi eventi per modificare l’offerta culturale, le mostre cosiddette “Blockbuster” che richiamano grandi flussi anche internazionali di turisti; la capienza e la sostenibilità sono di per sé limitate alla sua realtà di città medio piccola. Questo è a ben vedere un altro fattore limitante, in quanto ciò rafforza in senso negativo la “rendita di posizione” della città, freno implicito al porsi il dovere di fare, creare e promuovere cultura.

La città d’arte non deve scivolare verso un immenso museo dei musei, un non luogo da conoscere, ma dove non ci si conosce, e dove all’aumentare dei flussi turistici il tessuto sociale va via via sempre più rarefacendosi, costretto a emigrare a distanze sempre maggiori.

Qualche numero, fra i tanti. L’Italia è il quinto Paese al mondo per flussi turistici, con circa 60 milioni di arrivi internazionali all’anno, ma soprattutto è stabilmente ai primissimi posti delle classifiche internazionali per la percezione della cultura e dell’arte. Basterebbe questo per far capire la complessità del problema, ma soprattutto l’impatto sulle città d’arte.

Ecco i dati aggiornati al 2018 per il Complesso museale degli Uffizi, direttore Eike Schmidt: le gallerie hanno avuto 2.231.071 visitatori (terzo museo italiano) per un aumento del +6%, palazzo Pitti è a +25%, e anche il Giardino di Boboli ha visto in importante +18% per un complessivo volume di 34 milioni di euro, +50% rispetto all’anno precedente. In questo incremento anche la Galleria dell’Accademia – per intendersi il David di Michelangelo – ha segnato un +6%.

Solo agli Uffizi i visitatori al giorno sono stati nel 2018 più di 21.000 (27.000 ai musei vaticani, dati del 2017). Ora immaginate questo flusso continuo di persone – una probabile media di 30.000 presenze (cioè pernotti) al giorno stimabili per Firenze – con tutte le immaginabili ricadute sul fragile tessuto in buona parte ancora medievale del centro cittadino.

Ovvio che tutto questo ingeneri sicuramente un benessere diffuso, soprattutto nel terziariocoinvolto nell’ospitalità e nella ristorazione. Solo l’aumentato flusso turistico agli Uffizi ha prodotto per la società in house che li gestisce 94 posti di lavoro in più negli ultimi anni. Non dimentichiamoci però che Firenze è una città manifatturiera e produttiva prima ancora che un polo turistico: 26% del Pil contro il 21% (dati Confcommercio 2018).

Investire nel turismo di qualità paga ed è la scelta giusta. Il dato generale è che nel 2018 il turismo a Firenze ha visto un significativo aumento del 4,8%. Un altro dato riguarda i tempi medi di permanenza: a Firenze si è passati dalle 2,63 notti del 2017 alle 2,71 del 2018 negli alberghi, e a più di tre notti per il settore extralberghiero.

Se questi sono i dati, è superfluo dire che tutto l’indotto turistico vive sul suo patrimonio storico-artistico. Ma quanto viene investito nella sua conservazione, restauro e manutenzione? Per chi vive sulle sue statue e chiese, dal banchino di lampredotto al resort a cinque stelle, dovrebbe essere un interesse, prima ancora che un dovere, reinvestire parte dei profitti nella preservazione di questa ricchezza. Perché questo deve spettar in buona parte alle asfittiche casse del Mibac (ormai orfano della T, cioè del Turismo, come la logica invece avrebbe suggerito), oppure di altri soggetti locali e non, ma senza un piano territoriale degno di questo nome? Anni fa si discusse per mesi su come spolverare il David di Michelangelo all’Accademia, e a pochi metri di distanza una meraviglia come la Basilica della SS. Annunziata aspetta ancora un restauro complessivo (ne sta partendo uno adesso. per una piccola parte).

Qualche critica costruttiva, ma non troppo

I nostri centri storici, in ultima analisi, sono parte integrante del sistema museale in quanto museo diffuso e raccordo urbano fra i vari musei. Chi ha vissuto la trasformazione (decadenza?) del centro di Firenze in questi ultimi decenni ha visto estinguersi buona parte del suo tessuto sociale e commerciale, e di contro il proliferare indiscriminato di offerte enogastronomiche spesso non all’altezza dell’aspetto esteriore “tradizionale” che vogliono trasmettere, oppure di negozi turistici uguali ovunque, a Firenze come a Parigi o a Barcellona. Anche l’Unesco ha rilevato e criticato questa situazione (qui come a Venezia), e forse solo adesso, tardivamente, si sta tentando di porvi rimedio. Forse solo “diladdarno” – nel senso dei quartieri di S. Frediano e S. Spirito – vi sono i nostri ultimi “Fort Alamo”: luoghi che, seppur con tutte le contraddizioni e criticità, non hanno visto ancora scomparire del tutto il loro originario tessuto sociale.

Il nostro schema mentale di vecchi europei è concentrico, nel senso che ovunque cercheremo la piazza, il municipio, la cattedrale, e da lì imposteremo la nostra visita. Altrimenti – almeno per me è così – è naturale un certo disorientamento e disagio. Quanto effetto ci fanno alcune città, americane e non, pianificate a tavolino a settori, e non per successive stratificazioni storiche? Questo “centro” non è solo un insieme di edifici storici più o meno antichi: per noi fiorentini, italiani ed europei è innanzitutto un patrimonio immateriale, il punto di riferimento ideale dal quale partire, che deve essere e rimanere sempre diverso da luogo a luogo.

L’offerta culturale non può che inserirsi all’interno di una progettualità integrata che comprenda tuti gli aspetti della pianificazione urbana. Ciò è intrinsecamente difficile per la pluralità dei soggetti coinvolti, che seppur seduti allo stesso tavolo hanno referenti diversi, e a diversi livelli. Per esempio, una soprintendenza ha un’autonomia decisionale differente rispetto a un’amministrazione comunale, con la quale invece deve dialogare quotidianamente.

È purtroppo evidente che si compiono ancora gravi errori strategici. A Firenze la scuola allievi sottufficiali dei Carabinieri è stata trasferita dal centro nel discutibile, isolato, bruttino e assai nuovo complesso accanto all’aeroporto di Peretola, senza che venissero creati almeno i presupposti infrastrutturali indispensabili. D’altro canto, si è svuotato un edificio storico di Firenze in pieno centro senza avere preventivamente stabilito quale fosse la sua nuova destinazione, che a tutt’oggi ha un destino ancora incerto e tutto da costruire.

Se poi pensiamo all’aeroporto, alla sua definitiva ristrutturazione ma soprattutto alla famosa seconda pista “parallela”, si ha la più chiara evidenza di quanto risulti difficile se non impossibile una gestione integrata della città e del suo territorio. Che si sia favorevoli – come lo è giustamente una gran parte del tessuto produttivo cittadino – oppure contrari, è inammissibile il tempo perso – ben più di un decennio – che rende impossibile ipotizzare soluzioni alternative, volte innanzitutto alla gestione dei flussi turistici. Tutto è immobile in una serie di veti, passi avanti e passi indietro indegni di una nazione europea e offensivi verso una città che deve trovare e gestire un fragile equilibrio, e comunque avere risposte, se non altro pietosamente, entro l’arco di una generazione.

Disciplinare Airbnb con un nuovo modello di coesione sociale

Passando a tutt’altro argomento, è inutile negare che l’ospitalità privata non alberghiera (b&b e Airb&b) ha profondamente trasformato l’offerta turistica cittadina. Questo è un fenomeno complesso che va saputo gestire e “dominare” per non snaturare e dare il colpo definitivo alla fragilità della comunità sempre più anziana di Firenze. È di pochi mesi fa il primo concreto grido di allarme condiviso che ha avuto il suo momento di riflessione collettiva nella giornata promossa da Cristina Acidini, presidente dell’Accademia delle Arti e del Disegno. È di questi giorni la prima presa di posizione dell’amministrazione comunale su questo fenomeno.

Indubbiamente l’ospitalità non alberghiera ha aspetti positivi: il turista vive la città in un modo diverso; essa è sicuramente uno stimolo economico per prolungare la visita in città; è una ovvia e immediata opportunità economica per una classe media sempre più compressa da stipendi sotto la media europea e tartassata nel reale senso del termine. Ma l’altra faccia della medaglia non è meno significativa e preoccupante. Il più macroscopico effetto negativo – prima ancora dell’aumento dei prezzi degli affitti – è il venir meno della possibilità per i fiorentini di trovare unità abitative in locazione. Fenomeno che, dopo il centro, si è allargato anche ai quartieri residenziali della prima cerchia e oltre. Il rischio è quello della perdita di tessuto sociale, del venir meno di una comunità, di una sostituzione che di per sé è uno svuotamento di contenuti e soggetti. Il correlato è ovviamente anche quello di una differente offerta commerciale, perché diversa sarà anche la clientela.

Non lo nego, io stesso a Parigi scelgo da tempo un “home hotel” in un quartiere residenziale. Ma una capitale non è una città di medie dimensioni, che di per sé ha un difficile equilibrio. Infatti diverse città adesso stanno correndo ai ripari, cercando soluzioni che stabiliscano dei limiti di “sostenibilità urbana” a questo fenomeno. Sicuramente qualcosa dovrà essere fatto, anche a Firenze e in tempi ragionevoli, e infatti, citando un recente articolo apparso su Repubblica (21 giugno 2019): “Dopo Venezia anche Firenze ha siglato la lettera-appello di Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bordeaux, Bruxelles, Cracovia, Monaco, Parigi, Valencia e Vienna al Parlamento e alla Commissione Europea per mettere limiti agli affitti turistici brevi e alle piattaforme tipo Airbnb”.

Una politica culturale deve essere innanzitutto un progetto e un modello di coesione sociale, che valorizzi in modo integrato il patrimonio culturale puntando su un’offerta di turismo di qualità che comprenda sempre più le vicine città di Prato e Pistoia, ma soprattutto integri meglio nell’offerta enogastronomica il territorio circostante del Chianti. Molto spesso – per non dire quasi sempre – il problema in Italia non è cosa fare, bensì riuscire a mettere a sistema un problema fra i vari soggetti coinvolti. Competenze centrali e periferiche, pubbliche e private, laiche ed ecclesiastiche necessiterebbero inevitabilmente di una cabina di regia.

Che la visione debba essere integrata gestendo e “dominando” i flussi turistici e l’offerta di ospitalità ne è la riprova l’iniziativa proprio di questi giorni per un “Network Grandi Destinazioni Italiane per un Turismo Sostenibile”, tesa a condividere un modello nazionale per la fruizione qualitativa delle Città d’Arte. Qualità, contenuti innovativi e nuova comunicazione, destagionalizzazione dei flussi turistici, integrazione coi territori e le città circostanti, per il Chianti ma anche per Pistoia e Prato, offerta enogastronomica di qualità ed eventi mirati di settore, sono alcune delle parole d’ordine che indicheranno la strada da seguire.

Firenze, la nuova prospettiva parte dai musei, Uffizi e Palazzo Strozzi in testa

Quello di cui tutti abbiamo bisogno è di una visione diversa della città, e in una città come Firenze bello sarebbe se questa immagine differente fosse promossa proprio a partire dai musei, dai quali non possiamo prescindere. Se cambia la percezione del museo cambia la percezione del centro storico, e quindi delle nostre radici. Bisogna riempirlo di contenuti, cultura, innovazione, ma soprattutto di una vera e diversa comunicazione a tutti i livelli.

Indubbiamente qualcosa si sta muovendo, e anche gli Uffizi si stanno aprendo alla città, ma il sistema museale deve ancora fare molta strada per essere percepito sempre meno come mausoleo di se stesso, e rappresentare sempre meglio e sempre più un sistema multidimensionale e polifunzionale, con spazi di incontro e di scambio culturale, che dialoga e “trattiene” il tessuto urbano. In questo, le nuove tecnologie multimediali – fra l’altro ben radicate nel nostro territorio – sono assolutamente sottoutilizzate (per usare un eufemismo) rispetto alle loro capacità comunicative e al ruolo che potrebbero svolgere.

Infine, un aspetto estremamente positivo per Firenze è rappresentato dalla fondazione di Palazzo Strozzi. Innanzitutto perché essa è un esempio virtuoso di ente pubblico-privato che promuove la cultura con un buon successo sia economico che di pubblico. Poi ogni evento è un momento di aggregazione, perché la fondazione, essendo anche espressione della realtà produttiva cittadina e territoriale, tende a coinvolgere negli eventi la comunità fiorentina.

Forse il dato più rilevante è invece che, assieme a mostre di buon livello su temi tradizionali collegati alle nostre radici storiche e culturali, prende sempre più piede l’offerta di mostre di arte moderna e contemporanea, e il programma del prossimo anno di Palazzo Strozzi riguarderà solo quello. Per una Firenze con un occhio sempre strabicamente fisso sul Rinascimento, il successo della recente mostra di Marina AbramovićThe Cleaner (21 settembre 2018-20 gennaio 2019: con oltre 180.000 visitatori, la più visitata degli ultimi anni), rappresenta un successo difficilmente immaginabile a priori. Quindi avere per la prima volta non grandi eventi, ma la presenza culturale costante di un dialogo artistico fra passato e presente a pochi metri dagli Uffizi, è un patrimonio che dovrebbe dare maggior consapevolezza sulle scelte culturali cittadine.

Da Senzafiltro

 

 

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