Finanza e grappa di riso

Dice il saggio cinese: “Non temere il progresso lento, temi lo stallo.” E’ il messaggio che forse oggi piu’ che mai si addice alla parte d’Asia trainata dall’etnia cinese. Al di la’ dei limiti territoriali della Repubblica Popolare Cinese, il Sud e il Sud Est Asiatico – quattro quinti dell’Europa in termini di popolazione – e’ una macchina produttiva straordinaria. Nazioni come Singapore ed Hong Kong sostengono la finanza orientale. Altre nazioni a maggioranza musulmana come Indonesia e Malesia, hanno una forte componente cinese che negozia e costruisce a doppia velocita’, dando slancio all’economia della regione. Lo scenario visto da occidente puo’ sembrare una miscellanea di occhi a mandorla e lingue incomprensibili, ma le realta’ nazionali hanno sfumature notevoli. Per quanto alle orecchie di un occidentale la lingua cinese risulti semplicemente indecifrabile, le dozzine di dialetti locali sono una caratteristica che identifica le differenze fra cinesi. Singapore conta principalmente una popolazione Hokkien e in parte Hainanese, mentre Hong Kong ha una forte maggioranza Cantonese (da cui il famoso riso alla Cantonese). Singapore ha recentemente proposto di comprare l’intera borsa valori australiana. L’Australia ha prima strizzato l’occhio all’allettante idea di una pioggia di miliardi, per poi ritrattare (chissa’ fino a quando) una volta sondati gli umori popolari. Un altro esempio della fioritura Singaporeana: in piena crisi economica mondiale – tra giugno e settembre 2009 – il mercato immobiliare Singaporeano e’ cresciuto del 30%. Due anni dopo stiamo ancora aspettando che la bolla scoppi. Ma scoppiera’? Pure essendo stata una colonia inglese – o meglio “affittata” da sua maesta’ – per oltre 150 anni, Hong Kong e’ certamente meno occidentalizzata di Singapore. Le due micro-nazioni, separate da 4000 chilometri di Mar della Cina, hanno poco da condividere a livello culturale. Cosi’ Hong Kong continua ad attrarre settori economici diversi rispetto a Singapore, pur facendosi aperta concorrenza sul piano finanziario e soprattutto bancario. La storia e’ ben diversa per Malaysia ed Indonesia, dove la corruzione e’ lo standard. Per gli imprenditori di quelle zone non c’e’ da meravigliarsi nel ricevere un biglietto da visita di un funzionario pubblico con il conto corrente bancario stampigliato sul retro. Lo chiamano “il fondo pensione”. La Malaysia e’ una federazione di stati collocati principalmente nella penisola malese, ma con due stati ben piazzati attorno al ricco Brunei, ed accerchiati dall’Indonesia, sull’isola del Borneo. Le avventure di Sandokan si svolgevano nell’immaginario di Salgari proprio la’. Nonostante la maggior parte della popolazione sia malese-musulmana, uno stato della federazione – Penang, al confine Nord con la Thailandia – e’ in mano alla minoranza etnica cinese. E guarda a caso e’ anche il piu’ produttivo. Lo stesso avviene in Indonesia. Al di la’ della megalopoli di Jakarta – dove le disastrose infrastrutture penalizzano qualsiasi accellerazione – enclavi cinesi si sono stabilite in tutte le aree produttive. La cultura cinese e’ profondamente basata sul benessere (wealth). Tanto da riuscire a trasformare il morigerato originale Buddha indiano in un pasciuto sorridente monaco. La celebrazione piu’ importante dell’anno, il capodanno cinese, viene salutata dalle famiglie offrendo due arance al padrone di casa a significare l’auspicio di ricchezza. Il numero 8 e’ venerato per l’assonanza alla parola che rappresenta la ricchezza. Non si festeggia infatti il millionesimo cliente di una azienda, ma il numero l’ottocento ottantotto mila ottocento ottantotto. Il profitto e’ talvolta l’unica fonte di interesse. A qualsiasi costo. Non deve dunque sorprendere italiani ed europei la mole di lavoro che un cinese puo’ sopportare. Talvolta i difensori dei diritti dei lavoratori dimenticano che pure il vecchio saggio cinese diceva: “Sii il primo nei campi e l’ultimo sul divano”.

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