Federer, re di Wimbledon senza età

federerErano circa le 18.30 a Londra, quando Roger Federer spegneva i sogni di una nazione intera, che da quasi tre quarti di secolo attende che un atleta britannico conquisti il torneo di Wimbledon. Lo scozzese Andy Murray, tra le lacrime e gli applausi del campo centrale, si lasciava andare a una battuta: “nei giorni scorsi tutti mi dicevano questa è la tua chance, Roger ha passato i trenta. Però non gioca così male per un trentenne…”.

Conquistando a quasi 31 anni la sua diciassettesima prova del Grande Slam, il tennista più vincente della storia, ha raggiunto altri due dei pochissimi record che mancavano al suo immenso palmares. Ha conquistato il settimo trofeo sull’erba di Wimbledon, come solo Sampras e Renshaw e supererà il record di settimane passate alla posizione numero uno, avendola riconquistata proprio in seguito alla vittoria.

Ma è proprio quest’ultimo record che merita un’attenzione particolare perché parte da lontano, molto lontano. Federer, che era scivolato fino alla posizione numero 4 del ranking, non vinceva uno Slam da due anni e mezzo, dalla vittoria all’Australian Open 2010 proprio contro Andy Murray.

Da quel giorno tante sofferenze e occasioni sfumate. Alle sconfitte contro la bestia nera Nadal si sono aggiunte quelle con lo straripante Djokovic autore di un 2011 senza precedenti. E come se non bastasse, gli scivoloni con tennisti classificati tra la posizione numero 5 e la 20 sono diventati sempre meno occasionali. Certo, c’è stata qualche soddisfazione, come i trionfi al Master di fine anno, il torneo dove giocano solo i migliori 10 della stagione, o qualche Master che mancava alla collezione di Federer, come quello di Bercy. Tuttavia sono tornei che si disputano al meglio di 2 set su 3 e su superfici più veloci, condizioni che, si diceva, agevolano l’età anagrafica di Federer, riducendo il tempo di permanenza in campo.

Non erano in molti a credere che Federer potesse ancora vincere una prova del Grande Slam, giocata al meglio dei 3 set su 5. Lo svizzero veniva infatti da due anni di bocconi amarissimi: semifinali perse a New York da Djokovic dopo aver avuto due match point a favore per due anni di fila, finale di Parigi persa da Nadal con un primo set scivolato via dopo averlo condotto per 5 a 2 e set point, la prima rimonta subita a Wimbledon da 2 set a 0 da parte del francese Tsonga.

In ancora meno (forse quasi nessuno) credevano che potesse tornare numero 1. Tanti cronisti si erano sbilanciati, così come campioni del passato quali Martina Navratilova: “non credo proprio che Federer possa più tornare al numero uno”.

Questa è pertanto la vittoria più liberatoria, non solo per Federer ma per tutti quei tifosi, come chi scrive, che lo hanno seguito nonostante tutto in questi due anni agrodolci. Con la testa che diceva “non può più vincere uno Slam” e il cuore che comunque ti portava lì davanti allo schermo, o ad aprire periodicamente il live score del sito web. Quell’amore irrazionale per un campione, che alla fine ti ricompensa con la vittoria più bella, come a dire: non eravamo tutti pazzi, semplicemente tutti ci abbiamo creduto con te.

Ed è questo che ha dimostrato Roger Federer, la forza di una convinzione, ed è per questo che la scalata al numero 1 racconta tanto di una storia che parte da lontano. Perché se la vittoria del torneo può essere anche conquistata in una settimana di grazia, a suon di servizi vincenti, così come è stata quella di Serena Williams, vincitrice femminile, altra grande storia, da un letto di ospedale dove ha rischiato la vita al trionfo sull’erba dell’England Club, l’americana è rimasta comunque al numero quattro. E invece Roger ha recuperato punti a quel Djokovic che sembrava invincibile lungo tutto il 2011, vincendo tornei sul cemento di Indian Wells, così come sulla terra blu di Madrid e spendendosi anche in quelli minori come Rotterdam.

La vittoria di Federer è innanzitutto la storia di un campione che, con due gemelline nate da poco, ha saputo rimettersi in gioco e “allenarsi più di prima”, parole sue, per ricolmare quel gap venutosi a creare con atleti più giovani di lui, che in un tennis fatto di muscoli e titanio, hanno stravolto il modo di giocare e stare in campo. E non è azzardato dire che sia la vittoria del tennis: Federer ha infatti vinto la finale conquistando 53 punti su 68 discese a rete, quando un anno prima la finale tra Djokovic e Nadal aveva visto i primi due giocatori al mondo scendere a rete 35 volte in totale in due.

La storia di Federer è anche una storia di umiltà, di un campione detronizzato dopo anni di dominio totale, che ha saputo lavorare con pazienza in primis sui suoi limiti caratteriali, ignorando i giornali e digerendo qualche boccone indigesto. Questa volta non ha sciupato match point, non si è fatto frustrare da un nastro sfavorevole, ma si è aggrappato ad ogni risorsa per tutto il torneo, come quando ha rimontato due set a Bennetteau o è andato a rete a conquistare i punti decisivi con delle volè pazzesche e rischiosissime contro Djokovic o Murray. E poi la pioggia, quella pioggia benedetta arrivata nei momenti più opportuni, a fare chiudere un tetto costato oltre 100 milioni agli organizzatori di Wimbledon, come a dire che qualcuno lassù assiste i suoi figli prediletti, quelli un po’ più a sua immagine e somiglianza, quelli che meglio hanno ereditato un un alito non completamente umano, viste le gesta di cui sono capaci, viste le leggi dell’età e della fisica che sfidano.

Federer e Serena Williams sono due atleti e giocatori diversi come più diversi non potrebbero essere, l’uno tutto eleganza e tocco, l’altra di una potenza devastante e una fisicità straripante, eppure entrambi hanno coronato un meraviglioso sogno nel teatro londinese dove si fa la storia dello sport, mettendo in fila un’intera generazione di tennisti rampanti e ricordando a tutto il mondo un messaggio semplice quanto assordante: non è mai troppo tardi.

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