Ecco perché l’inizio della fine di Hong Kong potrebbe arrivare molto presto

Marco Lupis autore di “I cannibali di Mao” (Rubbettino) racconta il passaggio della Cina da colosso comunista a superpotenza globale. Se passerà la legge sull’estradizione, Hong Kong perderà la sua unicità e l’entrata in vigore sarà probabilmente l’inizio della fine di un unicum nel mondo

Pubblichiamo un estratto di “I cannibali di Mao – La nuova Cina alla conquista del Mondo(Rubettino, 2019), libro del giornalista Marco Lupis che ripercorre gli oltre 25 anni di articoli, inchieste e approfondimenti sul colosso cinese

L’inizio della fine di Hong Kong

Qualcuno forse ricorderà un bel film di qualche anno fa, “L’angolo rosso”, dove un sempre fascinoso Richard Gere finiva – suo malgrado e da completo innocente – nelle maglie del sistema giudiziario cinese, ancora oggi uno dei più iniqui, ingiusti e meno garantisti del pianeta. Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali si basano sulla “presunzione di colpevolezza” (l’imputato è colpevole a prescindere, salvo prova contraria; una prova molto difficile da fornire a un pubblico ministero cinese), i giudici scrivono le sentenze prima di iniziare il processo e l’avvocato difensore è una professione molto poco ambita e ancor meno tollerata dal governo. Insomma, qualcosa da far impallidire il peggior giustizialista tra i politici di casa nostra. Nel film, dopo mille peripezie, violenze e torture e grazie all’eroismo legale e umano di una coraggiosa avvocatessa cinese (che naturalmente si innamorava perdutamente della vittima alias Gere, ma questa è un’altra storia), andava a finire bene per il protagonista. Ma solo perché si trattava di un film. Nella realtà Richard Gere o chi per lui, pur se innocente, – ma questo per i giudici cinesi è sempre stato un dettaglio trascurabile – sarebbe finito in carcere a vita, o in qualche “laogai” (campo di concentramento cinese) o ancor più probabilmente nelle mani del boia il quale, come è ben noto, «in Cina non si riposa mai». Fino a oggi i cittadini di Hong Kong potevano, come abbiamo fatto noi occidentali, guardarsi il film (che curiosamente – ma forse neanche troppo – è del 1997, anno del ritorno alla Cina di Hong Kong) comodamente sdraiati in poltrona nei loro microappartamenti popolari dei quartieri di Kowloon o di Tsing Yi, inorridendo e pensando: «a noi non capiterà mai nulla del genere, Thanks God!». O piuttosto, Thanks to the Queen!, Grazie alla Regina, visto che l’unica cosa che impediva e impedisce agli hongkonghesi di finire come Richard Gere nel film (dopo il ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina 22 anni fa) resta l’accordo firmato a suo tempo (nel 1984) dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Jang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri trent’anni circa (la durata originale dell’accordo era di cinquant’anni a partire dal 1° luglio 1997) di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino. Ma non per molto, almeno se passerà una contestatissima proposta di legge avanzata proprio da Pechino, che vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong, colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili, in Cina. Cosa, fino a oggi, impossibile, grazie al trattato del 1984.

Così quando circa 130.000 cittadini di Hong Kong hanno sfilato per le strade contro la proposta, dando vita a quella che è stata la più grande manifestazione di massa nella città-stato dopo il Movimento degli Ombrelli del 2014, le autorità di Hong Kong hanno cercato di minimizzare il problema, sorprese dalle dimensioni della protesta. Uno dei fattori scatenanti della rivolta civile è stata la condanna al carcere per nove dei dieci leader del movimento Occupy Central (il precursore del Movimento degli Ombrelli). Alcuni politici che sostengono il governo di Pechino e di conseguenza gli elementi più fedeli alla Cina all’interno dell’Assemblea legislativa di Hong Kong, hanno esortato i politici locali a ignorare l’opinione pubblica e ad approvare rapidamente il disegno di legge. Ma il tasso di nervosismo, invece, è andato crescendo sempre di più, fino alla vera e propria rissa verbale e fisica scoppiata in tribunale l’11 maggio al momento della lettura della sentenza di condanna contro i leader della protesta del 2014. Se sarà approvata, questa legge di estradizione segnerà la fine virtuale di Hong Kong, non solo come città distinta e in grado di prosperare, come ha fatto finora, grazie al sistema “One Country, Two Systems” (Un Paese, due Sistemi), garantito dall’accordo Thatcher-Deng Xiaoping, ma anche come centro di affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della (in)Giustizia cinese. Molto probabilmente, per Hong Kong significherà la cancellazione del senso della città come qualcosa di diverso e speciale, una minaccia ai valori che i residenti della ex colonia britannica hanno imparato a mantenere e a difendere, eredità del dominio britannico. Questa proposta di estradizione consentirebbe alle persone ricercate di Hong Kong di essere inviate nella Cina continentale, oltre che a Macao e a Taiwan. Colpirà chiunque a Hong Kong, sia che si tratti di residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita. La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018 quando, secondo la Polizia cinese, un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei cittadina di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopodiché si è sbarazzato del corpo, per poi tornare a Hong Kong prima che la polizia di Taiwan potesse arrestarlo. Dopo l’arresto del sospettato da parte della polizia locale, le autorità di Hong Kong si sono trovate di fronte a un dilemma legale, visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione. In effetti, da quando è tornata a far parte della Cina, Hong Kong non ha nemmeno legami ufficiali con Taiwan e di conseguenza non lo riconosce come Stato indipendente, seguendo in questo la posizione ufficiale cinese, secondo la quale la Repubblica di Taiwan semplicemente non esiste: è solo una parte della grande Cina.

Persino il settore imprenditoriale pro-governativo di Hong Kong si è spaventato al punto da prendere apertamente posizione contro la proposta di legge.

Così a febbraio, le autorità di Hong Kong hanno presentato una proposta che ha ampliato la portata dell’estradizione fino a includere Macao e la Cina continentale, raggelando l’opinione pubblica di Hong Kong. Avere un accordo di estradizione con Taiwan è una cosa, ma quando parliamo della Cina, allora la faccenda diventa completamente diversa. Taiwan è una democrazia, con uno Stato di diritto, un sistema giudiziario indipendente e altre forti libertà civili. Hong Kong è a sua volta essenzialmente una democrazia, seppure “limitata”, visto che non elegge direttamente i suoi legislatori, imposti da Pechino, ma il suo popolo apprezza profondamente lo stato di diritto stabilito sotto gli inglesi e ancora modellato su un sistema giudiziario indipendente sconosciuto nella Madrepatria. In Cina, i tribunali sono controllati dal Partito Comunista, c’è un tasso di condanne che sfiora il 99% e le persone arrestate sono spesso soggette ad accuse arbitrarie e vaghe, incarcerate per anni senza processo e costrette a confessioni “spontanee” trasmesse in televisione. E tutto questo non capita solo ai cittadini cinesi, ma può succedere a qualsiasi straniero,
come di recente è accaduto ai canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor, che rimangono ancora in custodia per “attentato alla sicurezza nazionale”; al libraio di Hong Kong Gui Minhai e all’autore taiwanese Lee Ming che è detenuto dal 2017 per reati “culturali”.

La Cina ha in effetti accordi di estradizione con oltre 30 nazioni, tra cui Francia e Italia, ma questi paesi mantengono la possibilità di rifiutare una richiesta di estradizione, se necessario, come per esempio ha fatto il Portogallo nel 2014. Il governo di Hong Kong sostiene che le estradizioni in Cina si applicherebbero “discrezionalmente, caso per caso”, dopo delle audizioni in tribunale. Ma chissà perché, l’affermazione non ha convinto né tranquillizzato nessuno. Davvero un tribunale di Hong Kong avrebbe la forza – soprattutto in termini di opportunità e rapporti di forza politici – di respingere una richiesta di estradizione da parte delle autorità cinesi? E la Cina accetterebbe il diniego? Considerato quanto, negli ultimi anni, le autorità di Hong Kong si siano dimostrate prone alla Cina, non sembra una possibilità realistica .Bannando da Hong Kong un giornalista del «Financial Times», squalificando ripetutamente l’operato dei giudici locali, mettendo sotto processo i leader di Occupy Central e criminalizzando chi “insulta” l’inno nazionale cinese, il governo di Hong Kong ha dimostrato invece di voler ridurre le libertà di Hong Kong per soddisfare Pechino.

Nel 2015, cinque librai dell’ex colonia, tra cui il citato Gui, sono stati rapiti solo per riapparire più tardi prigionieri della Cina continentale, con accuse vaghe di “attività illegali” e presunte violazioni del codice stradale. La vera ragione è che i cinque librai vendevano pubblicazioni molto critiche nei confronti della leadership cinese, vietate in Cina, ma molto popolari tra i lettori locali e della stessa madrepatria, che le leggono di nascosto. In ogni caso, il rapimento segreto di questi librai (uno di loro venne addirittura “prelevato” dai servizi cinesi in Thailandia) e la loro ricomparsa in Cina imputati di accuse inventate, hanno ulteriormente confermato (se mai ve ne fosse stato bisogno) la mancanza di un vero stato di diritto e della garanzia di un giusto processo in Cina. Nessun cittadino di Hong Kong vuole essere soggetto a una cosiddetta giustizia che comprende tra l’altro detenzioni segrete, accuse non provate e confessioni forzate. Per paura di venire estradato in Cina, Lam Wing-kee, uno dei librai prima rapito poi misteriosamente liberato, è volato a Taiwan alla fine di aprile. Dopo essere stato sequestrato e portato in Cina nel 2015, gli era stato in seguito concesso di tornare a Hong Kong a condizione di consegnare i nomi dei sui suoi clienti alle autorità cinesi. Una volta a Hong Kong, si è rifiutato di farlo. Se la legge sull’estradizione dovesse passare, le autorità della Cina continentale potrebbero usarla per chiedere che Lam venisse riportato in Cina per essere processato. E come lo stesso Lam ha dichiarato: «In Cina non sai che tipo di scuse o accuse useranno per metterti nella lista dei ricercati». E questa è una affermazione che molti abitanti di Hong Kong probabilmente condividono.

Persino il settore imprenditoriale pro-governativo di Hong Kong si è spaventato al punto da prendere apertamente posizione contro la proposta di legge. Normalmente, il settore delle imprese sostiene il governo di Hong Kong e le iniziative di Pechino, come il piano Greater Bay Area, e spesso ignora o condanna le istanze politiche civili locali. Ma anche per loro, il disegno di legge di estradizione è un passo troppo rischioso. Anche le imprese straniere sono molto preoccupate dalla mossa di Pechino, con la Camera di commercio americana che ha espresso “serie riserve” in una lettera ufficiale inviata al segretario alla sicurezza di Hong Kong, John Lee. Il governo di Hong Kong ha risposto rimuovendo nove reati economici – come la bancarotta – dall’elenco di quelli che consentirebbero l’estradizione (37, adesso). Ma questo non è bastato per placare le proteste delle imprese, degli investitori e della Camera di commercio americana, rimasta fortemente contraria nei confronti della proposta di legge. Perché quello che rende davvero inaccettabile la proposta di legge è proprio il fatto che essa mina alle fondamenta la ragione stessa di esistere di Hong Kong, il suo status di città centro internazionale di affari: affari soggetti a tribunali liberi ed equi, garantiti dalle forme legislative britanniche. Fare affari sotto le garanzie legislative di Hong Kong e ricorrere alla giustizia dei suoi tribunali è un valore aggiunto fondamentale per i privati e le imprese locali e internazionali, nonostante la crescita di Shenzhen e di altri hub cinesi. Se i manager e il personale di queste aziende perdessero “l’ombrello” di tali garanzie legali e diventassero improvvisamente soggetti vulnerabili alla mercè dello stato cinese, allora resterebbe ben poca differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi. Ci sono numerosi esempi di uomini d’affari stranieri che sono stati imprigionati in Cina con accuse discutibili e processi iniqui.

Se passerà la legge sull’estradizione, Hong Kong perderà un’enorme fetta di questa sua unicità e la sua entrata in vigore sarà probabilmente l’inizio della fine di uno dei luoghi più unici e incredibili al Mondo

Il manager australiano del gruppo minerario Rio Tinto, Stern Hu, è stato condannato e ha scontato nove anni di carcere per presunto furto di segreti commerciali
prima di venire rilasciato l’anno scorso. Gran parte del suo processo si è tenuto a porte chiuse e ai funzionari del consolato australiano non è stato consentito partecipare. Un altro dirigente australiano-cinese, Matthew Ng, è stato arrestato nel 2010 dopo essersi rifiutato di vendere una quota della sua società da un milione di dollari a una partecipata pubblica cinese. È stato accusato di corruzione e frode e incarcerato per quattro anni prima di venire rispedito in Australia. Più recentemente, l’uomo d’affari canadese Michael Spavor è stato improvvisamente arrestato nel dicembre 2018 per un presunto tentativo di sottrarre segreti di stato cinesi, in quella che è stata con ogni evidenza una rappresaglia da parte dei cinesi per l’arresto in Canada della dirigente di Huawei Meng Wanzhou. Non sorprende che anche il settore legale di Hong Kong si sia espresso con veemenza contro la contestatissima proposta. In una lettera aperta, tutti i 30 membri del gruppo del settore legale nel Comitato elettorale (che seleziona il capo dell’esecutivo di Hong Kong) ha chiesto l’immediata cancellazione del disegno di legge, avvertendo che ciò minerebbe la fiducia nel sistema giudiziario di Hong Kong. E anche l’Associazione degli avvocati di Hong Kong lo ha criticato definendolo “non necessario e pericoloso”.

Hong Kong negli ultimi anni ha visto la costante erosione delle sue libertà politiche e di quelle della stampa e, attraverso la realizzazione della Greater Bay Area, con il ponte autostradale che ormai la unisce a Macao e alla Cina, rischia di venire totalmente assorbita dalla “Madrepatria”. Una madrepatria che diventa ogni giorno più forte e arrogante, conscia del costante aumento del suo peso economico, politico e militare negli equilibri mondiali. Non passa giorno che da Pechino non giunga notizia dell’ennesimo atto di forza e della censura della più piccola forma di dissenso. Ultimo, in ordine di tempo, il blocco totale delle versioni in tutte le lingue di Wikipedia (quella in cinese è oscurata dal governo ormai da anni), nell’imminenza dell’anniversario della strage di Tienanmen, il prossimo 4 giugno. Eppure Hong Kong si è sempre aggrappata e continua ostinatamente ad aggrapparsi alla sua identità distinta, forgiata attraverso principi democratici fondamentali tipici dello stato di diritto, che avvantaggiano sia i residenti che le imprese. Se passerà la legge sull’estradizione, Hong Kong perderà un’enorme fetta di questa sua unicità e la sua entrata in vigore sarà probabilmente l’inizio della fine di uno dei luoghi più unici e incredibili al Mondo.

 

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