Disastro crescita: l’Italia è sempre più ultima in Europa, ma non frega niente a nessuno

 di Francesco Cancellato

Ultimi. Anzi, più che ultimi, con un distacco dalla penultima che aumenta di anno in anno. Ultimi quando tutti crescono e ultimi quando tutti decrescono. Sono i dati del quadro previsionale della Commissione Europea e certificano, nonostante i dati positivi degli ultimi anni, che la nostra economia viaggia davvero a un ritmo diverso da tutte le altre, come se fossimo una macchina col motore in avaria, o con una ruota in meno.

I dati, dicevamo, raccontano che nel 2018 chiuderemo con una crescita dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Peggio di noi nessuno. Sotto il 2% – parliamo delle previsioni 2019 – solo il Belgio e la Francia, comunque un buon mezzo punto avanti. Gli altri PIGS che viaggiano dal 2% del Portogallo al 4,1% dell’Irlanda, passando per il 2,4% della Spagna e il 2,3% della Grecia.

Colpa dell’Euro? Difficile, visto che quelli che ce l’hanno esattamente come noi, crescono molto più di noi. Dell’austerità? Nemmeno, visto che chi l’ha “subita” – non solo i Paesi mediterranei, ma anche quelli del nord come Germania e Finlandia che se la sono auto-imposta, viaggiano molto meglio di noi. Del mercantilismo tedesco e del suo surplus commerciale? Difficile sostenerlo, visto che i tedeschi crescono sotto la media europea, e che se c’è una cosa che cresce alla grande è proprio il nostro export.

L’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria – l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti – pur di non mettere in discussione alcunché

No, cari. I dati raccontano proprio questo: che non c’è mezzo alibi a disposizione, a questo giro. Se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. È perché abbiamo un debito pubblico stellare, ad esempio, checché ne dicano i piazzisti del modello giapponese, quelli secondo cui dovremmo indebitarci come se non ci fosse un domani. Un debito che non ci consente di fare nessuna politica espansiva efficace, senza pagarne gli effetti. È perché abbiamo speso un sacco di soldi per caricarci sulle spalle fardelli insostenibili. O perché non siamo attraenti per gli investitori, esteri e italiani, a causa dell’incertezza del diritto, di tasse troppo alte, di una burocrazia settecentesca, della criminalità organizzata. O ancora, perché siamo ostili all’innovazione, al punto da spingere i giovani ad andarsene, dopo averli formati, purché non si azzardino a toccare nulla, a non cambiare nulla.

Anche, è a causa di scelte politiche sbagliate. Lo possiamo dire o no, che questi dati certifichino il fallimento di tutte le politiche per la crescita degli ultimi sette anni almeno, dalla fine della crisi dello spread a oggi? Che pur con tutte le migliori intenzioni gli ottanta euro non hanno rilanciato i consumi, il jobs act non ha rilanciato gli investimenti privati e l’occupazione, e industria 4.0 non ha fatto crescere produttività e salari, non abbastanza, perlomeno, per accorciare le distanze col resto del continente, che invece si sono ampliate? Se non abbiamo l’onestà di ammetterlo, come potremo provare anche solo a ragionare di strumenti e strade nuove?

Di fronte, non abbiamo niente di divertente, peraltro. Il 35% degli investitori interpellati da un sondaggio Bank of America e Merrill Lynch – più di uno su tre – hanno dichiarato che nell’ultimo mese avrebbero deciso di ridurre la loro esposizione in Italia. Peggio di noi, solo il Regno Unito, a causa della Brexit, giusto a ricordarci come finiremmo nel caso di uscita dall’Euro, altro spauracchio che evidentemente agita i sonni di chi vuole mettere del grano in Italia.

La cosa più buffa di tutte, però, è di tutto questo in Italia non si parla più. Del resto, non conviene a nessuno. Non a chi ci ha governato sinora, piazzista di retoriche sul Paese ripartito che non si sono rivelate tali. Non a chi governa, che di tutto si sta occupando fuorché di crescita e che anzi, per mano del suo ministro allo sviluppo economico, licenzia decreti dignità in cui si dice candidamente che farà diminuire i posti di lavoro – robetta: 8000 in dieci anni, ma non si era comunque mai visto – e che decide di ridiscutere un accordo firmato di rilancio e bonifica dell’Ilva di Taranto, uno dei più grandi investimenti esteri in Italia degli ultimi anni, in una terra maledetta e senza alternative.

Segnatevelo: l’esasperazione sociale, il rancore, la rabbia e la paura arrivano tutte da qua. Da un’economia malata, che non riesce a crescere di almeno due punti l’anno dall’inizio del millennio. Da un sistema Paese che preferisce tenersi tutti i suoi sprechi e tutte le sue inefficienze, anziché curarla. Da una cultura dell’alibi che produce capri espiatori in batteria – l’Euro, la finanza, i tedeschi, i migranti – pur di non mettere in discussione alcunché. Del resto, tra trent’anni, in Italia non ci vivranno né gli anziani, né i giovani. Perché occuparsene, no?

Da: Linkiesta

 

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