Ciao Maurizio. L’avventura di Sarri alla Juventus è arrivata al filtro

Claudio Marinaccio

L’allenatore dei campioni d’Italia è stato sollevato dall’incarico di guidare la prima squadra dopo una stagione di successi, come lo scudetto, e di insuccessi, come la Champions League, ma soprattuto dopo un anno in cui non è riuscito a portare a Torino quello per cui è stato chiamato: il bel gioco, qualunque cosa esso sia. Ora a essere sollevati sono i tifosi

Maurizio Sarri è stato gentilmente invitato dalla Juventus ad andarsi a comprare le sigarette e a non tornare più. La strada per il tabaccaio più vicino, con ogni probabilità, la conosceva già. C’era un solco tracciato su quel percorso che portava alla soddisfazione di una dipendenza, una necessità a cui Sarri non riusciva a rinunciare neppure per novanta minuti più recupero. Tenendo serrato tra le labbra qualcosa di simile a un filtro masticato in un’antiestetica proiezione della sua immagine pubblica.

Antiestetica come la sua (anche se sua non lo è mai stata per davvero) Juventus, priva di un’idea coerente di calcio e neppure lontanamente bella dal punto di vista del gioco. Che poi cos’è davvero il bel gioco? Nessuno lo sa definire con certezza, ma in tanti l’hanno evocato sacrificando il pragmatismo elegante di Massimiliano Allegri per puntare tutto su una rivoluzione tattica e concettuale che è fallita miseramente. Rivoluzione spenta come una sigaretta immersa nell’acqua e totalmente inutile come un cerotto alla nicotina.

Maurizio Sarri è sempre sembrato spaesato e fuori posto, mai pienamente dentro un meccanismo radicato e un’ideologia ben definita dove vincere è l’unica cosa che conta. Anche con la vittoria dello Scudetto non è riuscito a scrollarsi di dosso la cenere del dubbio che sembravano avere dirigenza e una parte dei tifosi e si era accumulata nel corso della stagione diventando simile a una montagna difficile da scalare come l’Annapurna.

Una nebbia densa come il fumo che si vedeva nei vecchi bar quando ancora non era proibito fumare nei locali. Un anacronistico cortocircuito di idee che non hanno trovato sbocco nel campo. Lo stesso campo dove i suoi giocatori apparivano spaesati, lasciati al loro destino.

E mentre Cristiano Ronaldo ha ben chiaro quale sia la sua strada (e anche contro il Lione ha dato l’ennesima conferma delle sue immense qualità), molti altri vagavano sul terreno di gioco senza sentire nemmeno un urlo, un suggerimento, una spiegazione ma solo percependo la presenza di vestiti impregnati dall’odore di sigaretta. E questa mancanza di dialogo sembrava essere dovuta anche a una rassegnazione dello stesso allenatore perché non si sentiva capito e compreso.

Il tempo nel calcio italiano non è stato mai un alleato a cui attingere per sperare in una riconferma, tutto scorre e porta via quello che sembra essere un ostacolo o l’ombra di un fallimento. Ora Sarri prenderà tutti gli appunti raccolti durante le partite (chissà cosa scriveva al fischio di inizio?) e ne farà un bel libro dal titolo ”Le scuse di un allenatore fumatore”.

E non sarà un libro dove chiede perdono per non essere riuscito a fare quello per cui era stato assunto, ma una serie di varie giustificazioni per un fallimento annunciato. Potrebbe essere un grande successo. In caso contrario si potranno usare le pagine per fare dei filtri utili a fumare qualcosa che possa creare cose che non esistono nella realtà, come il bel gioco.

Da Linkiesta

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