Bullet park – John Cheever

220px-BulletPark Questo racconto che John Cheever -Premio Pulitzer nel 1979 per i suoi “Racconti”-  scrive e intitola “BulletBullet Park”, inizia e finisce in uno dei tanti sobborghi di New York che lui chiama così

  Con un andamento narrativo a spirale, Cheever affonda il suo bisturi acuminato e impietoso su personaggi appartenenti alla “middleclass” americana, costruendo un altro dei suoi memorabili affreschi di questo mondo ora cinico, ora comico, ora (anzi, quasi sempre) desolante.

Con tono beffardo e con poca indulgenza, lo scrittore butta il suo sguardo su questo agglomerato suburbano; ne fa l’ombelico, l’humus primordiale su cui crescono i vizi, le perversioni, le paure, le violenze che il perbenismo e il conformismo della classe media americana alleva.

I due protagonisti principali vengono chiamati Nailles e Hammer: tradotto in italiano “Chiodo” e “Martello”! E’ una delle tante metafore che dà sapore al romanzo.

La moglie di Nailles si chiama Nellie (tanto per aiutare un poco il lettore appena distratto a confondersi…)

Il romanzo è diviso in tre parti, seppur brevi.

Nella prima si parla di nailles, della sua famiglia, del suo entourage.Nella prima si parla di nailles, della sua famiglia, del suo entourage. Hammer appena vi compare come “forestiero” appena giunto a Bullet con la consorte.

Nella seconda parte si racconta di Hammer, delle sue origini di bastardo, nato da madre che si avvia alla follia e da padre ricco, bellezza scultorea, ma che non lo riconosce come figlio.

La terza parte, con poche, essenziali pagine, chiude, in modo del tutto inaspettato- eppure annunciato- la spirale in cui Cheever ci ha avvolto-

Ciò che cattura di questo romanzo è che, su un vissuto quotidiano collettivo dove tutte le caselle sembrano al loro posto, si vedono affiorare, improvvisi e inaspettati, accecanti bagliori di insensatezza.

Come le bianche creste d’un mare che, prima del vento impetuoso, erano acquattate su una superficie d’acqua solidamente piatta; che, con altrettanta rapidità tornano a quella calma apparente, con il calmarsi del vento.

Ma, ci interroga Cheever, qual’ è la realtà delle cose?

Quale malefico artificio fa da tappo al prepotente affiorare della follia, alla ribellione più imprevista, alla violenza dai misteriosi moventi?

Lui non risponde; solo descrive, rappresenta, interpreta questa parte della società americana così inquieta ed emotivamente instabile; dove sembra che livelli di benessere e di civiltà relazionale, anziché irradiare effetti positivi sulla mente umana, ne deformino e imprigionino l’irriducibile complessità attraverso percorsi di “normalità” e “conformità”, simili ad argini di un fiume impetuoso.

Ma la piena ogni tanto arriva e li rompe questi argini.

E tutti si affannano a rinforzare gli argini, e pochi a deviare le acque.

Perché l’ignoto fa più paura della piena ricorrente.

 John Cheever: molti lo hanno definito il “ Cechov dei sobborghi”. E in effetti ha scritto molto sui sobborghi  (ad esempio dell’Upper East Side di Manhattan) – E’ l’autore di “Cronache della famiglia Wapshot”. E’ vissuto anche in Italia ( che torna spesso nei suoi scritti, come in questo).

E’ morto a New York nel 1982.

John Cheever    “BULLET PARK”

( Universale Econ. Feltrinelli, pag. 232, euro 8,50)

 

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