A questo annuncio non risponde nessuno: dove sono finiti i disoccupati? – Francesco Cancellato

 La surreale vicenda di una panetteria del centro di Milano, che non riesce a trovare cinque figure professionali da oltre un mese. Un caso che racconta meglio di qualunque statistica l’altra faccia del mercato del lavoro italiano: quella del mancato incrocio tra domanda e offerta di lavoro

“Cercasi personale per diversi ruoli”, c’è scritto sul cartello che campeggia sulla porta d’ingresso della panetteria Pattini in Corso Garibaldi a Milano. E, poi fra parentesi, le mansioni: barista, cassiera, commessa, panettiere, pasticcere, addetto pulizie. Cinque annunci, uno per ognuno dei punti vendita dello storico marchio di gastronomia milanese. Cinque posti di lavoro. Cinque settimane senza riuscire a coprire anche solo una di quelle caselle.

Siamo in Italia, per la cronaca, un Paese con il tasso di disoccupazione all’11,2% e con quello giovanile al 34,2%. Ed è un piccolo paradosso che merita di essere approfondito: «I curriculum arrivano – spiega Pattini – Ma i problemi iniziano al colloquio. Cerchiamo una cuoca che affianchi la nostra, per darle una mano, ma nessuna vuole farlo. Avevamo preso un barista, ma ha rifiutato un contratto perché altrimenti perdeva i 700 euro di disoccupazione. L’altro giorno è venuta una cuoca e ce l’ha detto chiaramente: io comincio da voi, ma aspetto la risposta alla domanda di disoccupazione. Se mi danno l’assegno, non vengo. E non è venuta. Un’altra ha rifiutato il lavoro perché mi ha detto che da piazzale Loreto a qua ci metteva troppo tempo ad arrivare». Cinque fermate di metropolitana. Dieci minuti, attese comprese.

«L’altro giorno è venuta una cuoca e ce l’ha detto chiaramente: io comincio da voi, ma aspetto la risposta alla domanda di disoccupazione. Se mi danno l’assegno, non vengo. E non è venuta. Un’altra ha rifiutato il lavoro perché mi ha detto che da piazzale Loreto a qua ci metteva troppo tempo ad arrivare». Cinque fermate di metropolitana. Dieci minuti, attese comprese

Sembra uno scherzo, ma il signor Pattini è serissimo: «Noi offriamo un impiego stabile, perché ci mettiamo tanto a formare i nostri addetti e non vogliamo ricominciare da capo ogni volta», spiega. Anche perché, almeno fino a quattro, cinque anni fa, continua Pattini, questo della formazione era un problema non da poco: «La gente veniva da noi, imparava a fare il pane, o il panettone, e poi se ne andava in alberghi o in altre attività come la nostra», racconta. Ora è diverso: a Milano di negozi come il suo ne sono rimasti pochi, il mercato si è chiuso: «Se vieni da noi, rimani da noi».

E forse, allora, ha ragione chi dice che ai giovani non interessa la stabilità. Forse ha ragione chi dice che non vogliono imparare un mestiere, nonostante, come dice Pattini – e non solo lui – «se uno impara un mestiere, in Italia, un lavoro lo trova». Forse intimidisce il tanto lavoro che c’è da fare, tra forni e bancone. Forse c’è una ritrosia diffusa a rifuggire dal lavoro manuale, qualcosa da cui emanciparsi, altro che candidarsiForse si ignora che un pasticcere ha una paga di tutto rispetto, che un minimo sindacale di 1400 euro al mese non lo prende nemmeno in considerazione.Forse, più banalmente, c’è chi si fa intimidire da quell’esperienza richiesta, sull’annuncio, e nemmeno ci prova, anche se è difficile credere che in Italia manchi gente che ha anche una minima esperienza da barista o da cassiera.

Così fosse, fatevi avanti, cari disoccupati, giovani e meno giovani. Perché di posti come quelli che offre Pattini, in teoria, non ce ne sono molti, almeno a giudicare dai dati sullo skill mismatch, ossia sulla mancata corrispondenza tra le competenze di chi cerca lavoro e quelle richieste dal mercato, che vedono l’Italia primeggiare (in negativo) in Europa, proprio a causa del basso livello di occupazione dei lavoratori scarsamente qualificati. Prima di congedarsi, Pattini ci presenta il panettiere (egiziano) e il suo aiutante (rumeno) e ci mostra ancora l’ultimo plico di curriculum che gli sono arrivati: ne contiamo venti, i nomi stranieri sono diciannove. Forse è vero che gli immigrati vengono a fare cose che noi non vogliamo più fare. Ad esempio, lavorare.

 

Da: L’Inkiesta

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