L’attuale dibattito sull’abolizione delle Province, pur enfatizzato da molti organi di informazione e rinvigorito da autorevoli opinionisti di ogni orientamento, si è infranto contro il voto contrario della Camera dei Deputati. Il 7 luglio 225 parlamentari del Pdl hanno votato contro la proposta dell’Idv, mentre 240 altri deputati si sono astenuti e, tra questi, l’intero gruppo di parlamentari del Pd. A favore dell’abolizione, hanno votato solo Idv, Udc, e Fli.

Da tempo, Verso Nord sostiene la necessità di un riassetto dell’architettura istituzionale. Nel disegno a cui lavoriamo prevediamo l’abolizione delle Province, il cui numero è inutilmente proliferato negli ultimi quindici anni, passando dalle 91 del secondo dopoguerra alle 110 attuali. Questi enti intermedi annoverano pochissime funzioni che riguardano principalmente l’edilizia scolastica limitata agli istituti superiori, la manutenzione stradale, il trasporto pubblico locale e parte della pianificazione territoriale. Mediamente i tre quarti dei bilanci provinciali viene utilizzato per il mero funzionamento dell’ente, a tutto svantaggio dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione amministrativa.

Tuttavia, l’eliminazione di questi enti intermedi non è a nostro avviso sufficiente per affrontare una spesa pubblica dilatatasi ormai in maniera abnorme. Secondo recenti analisi, negli ultimi 10 anni i costi della politica in Italia sono lievitati del 40 per cento. Una ricerca della Uil indica come il sistema politico italiano si beve qualcosa come 24,7 miliardi di euro l’anno. Per avere un’idea di cosa significhi, basti dire che questa cifra rappresenta il 2 per cento del Prodotto Interno Lordo e il 12,6 per cento del gettito Irpef. Solo le auto blu e quelle grigie costano 4,4 miliardi l’anno. E’ venuto il tempo di tirare una riga e porre dei limiti alla spesa pubblica improduttiva. Abbiamo bisogno, al contrario, di un sistema più snello e più efficiente da cui trarrà vantaggio l’intero sistema paese.

Per ridurre i costi di un sistema che non possiamo più permetterci, intendiamo muoverci in quattro direzioni. Oltre all’abolizione delle Province, proponiamo la riduzione dei Ministeri e dei componenti degli organi di governo, la riduzione di deputati e senatori, l’accorpamento dei Comuni più piccoli e un taglio deciso alle decine di enti intermedi che oggi sono diventati dei centri di spesa fuori controllo. Rispetto al numero dei Ministeri e dei componenti del governo abbiamo presentato un progetto di legge al Senato e uno in regione del Veneto che fissa a 10 il numero di Ministeri, abolisce tutti i dicasteri senza portafoglio e limita il numero di ministri, vice ministri e sottosegretari a 40 unità.

Nelle prossime settimane depositeremo due progetti di legge di iniziativa popolare per ridurre il numero dei deputati a 400, dei senatori a 200 e per limitare il numero dei consiglieri regionali a 50 per le Regioni con popolazione superiore a 5 milioni e a 40 per le altre.

Inoltre, prevediamo analoghe iniziative per tagliare molte delle attuali 255 aziende sanitarie italiane, il cui costo per la sola direzione supera i 350 milioni di euro, per ridurre i Consigli di Amministrazione degli Ater/Aler (40 milioni di euro) e numerosi altri enti riconducibili a mera nomina politica. Infatti, i costi per il personale contrattualizzato, di nomina politica, per le Segreterie di Presidenti, Sindaci e Assessori, secondo le ultime stime, si aggirano intorno a 1,5 miliardi di euro l’anno».

Si potrebbero ottenere considerevoli risparmi di spesa, infine, approntando una riforma per ammodernare il sistema istituzionale: se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a circa 3,2 miliardi di euro. Senza contare che con una più “sobria” gestione del funzionamento degli uffici regionali, si potrebbero risparmiare 1,5 miliardi di euro.

In conclusione, a nostro parere queste sono le riforme “minime” e non contrattabili per riportare l’Italia a livelli di efficienza occidentali. L’alternativa ce l’abbiamo sotto gli occhi: si chiama Grecia, ovvero il fallimento. Questa ipotesi vedrebbe il nostro paese di fatto commissariato dalla Banca Centrale Europea e costretto, obtorto collo, a varare riforme e manovre ben più pesanti in termini economici e sociali di quelle che riusciremmo a produrre volontariamente.

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