Continua nel silenzio generale il collasso del patrimonio della Fondazione Manodori.
Un silenzio inspiegabile, fatta eccezione per il sindaco di Reggio Emilia,il neo ministro Delrio, che ha condiviso tutte le scelte di investimento e diversificazione, che si riducono poi ad una sola, aver sottoscritto seppur parzialmente i due aumenti di capitale Unicredit ed aver acquistato 2,5 milioni di azioni Banco Popolare.
Per questa diversificazione il sindaco aveva applaudito pubblicamente e il risultato è che dopo un solo anno l’investimento è stato svalutato per 500.000 euro nel 2011 e per altri 800.000 nel 2012 ed oggi vale il 50% in meno Il 19 aprile gli organi della Fondazione hanno approvato un bilancio che presenta al Conto economico una perdita di 3mln800.000 euro, superiore ai 3mln del 2011.
Il Paese sta andando in pezzi, anzi è già a pezzi, e la cosiddetta classe dirigente (che cosa poi diriga, se non gli affari propri, sarebbe curioso saperlo) fatta di politici, di magistrati e di giornalisti succhiaruote ancora si accalora a fatti di oltre vent’anni fa, il presunto patto Stato/mafia (una cosa nei fatti per l’Italia), che mai e poi mai saranno chiariti fino in fondo. Si chiama a testimoniare un presidente della Repubblica in carica col quale s’è già consumato nei mesi scorsi un pesante scontro e si pretende di ascoltare un ex inquilino del Quirinale ultranovantenne che ormai non esce più nemmeno di casa.
Si sono dette molte cose su Facebook, più di un sito, più di un’azienda, ormai diventato un’icona dei tempi, una rivoluzione culturale e sociale, l’oggetto di un film di successo e uno strumento che segna una generazione. O meglio, segnava una generazione, perché ormai ha coinvolto tutte le fasce d’età e conta tanti abitanti quanto solo le nazioni più popolose.
Negli anni, dopo i primi entusiasmi sono emerse le critiche e le osservazioni sulle conseguenze potenzialmente negative di questo modo di fare “vita sociale”. Sicuramente l’impoverimento delle relazioni, la superficialità della comunicazione, l’immagine e l’apparire che sovrasta l’essere, visto che pubblicare fotografie è una delle attività principali su Facebook.
Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto.
Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori.
Ero un po’ prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell’onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant’anni di storia italiana.
Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro.
Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un’intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l’attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota.
Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire.
Tra i maggiori narratori viventi, Amos Oz risiede da diversi anni ad Arad, anonima cittadina fondata nel 1962 e situata a sud dello Stato di Israele vicino al Mar Morto, ai confini del deserto del Negev.
Ed è proprio il deserto che continua a legare alla città di Arad lo scrittore di Gerusalemme che recentemente ha dichiarato: «Ogni mattina alle cinque, quando è ancora buio, mi incammino tra rocce e sabbia. Da solo, nel silenzio più profondo, osservo il sorgere del sole. Il deserto rappresenta quel che è eterno contro ciò che è provvisorio. Mi è indispensabile per scrivere».
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